Su Radio Rock domani 10 novembre alle ore 9:00 andrà in onda un’intervista a Gianluca Iannone, presidente della nota associazione di estrema destra Casa Pound Italia, ad annunciarlo non sono stati i conduttori di Radio Rock, ma la stessa associazione Casa Pound tramite facebook:
“Domattina alle 9 il presidente di CPI Gianluca Iannone sarà in diretta su Radio Rock per un’intervista. L’emittente è ascoltabile anche in streaming su www.radiorockroma.it Sarà possibile intervenire in diretta tramite sms e mail [...]”
Radio Rock è una storica emittente di sinistra, e le proteste dei radioascoltatori non hanno esitato a farsi sentire, la notizia si è in pochi minuti diffusa su tutta la rete: su facebook la pagina ufficiale di Radio Rock è stata sommersa centinaia di messaggi di sdegno e delusione.
I conduttori di Radio Rock non hanno ancora dato alcuna risposta alle numerose domande postegli dai radioascoltatori, perchè la decisione di ospitare i “fascisti del terzo millennio”? Numerosi i radioascoltatori che hanno affermato di non sintonizzare più il canale radio dopo tale notizia, pochi minuti dopo la sua diffusione alcuni (ex) radioascoltatori hanno creato la pagina “BOICOTTIAMO RADIO ROCK” su facebook.
Gianluca Iannone è anche il fondatore di una band denominata ZetaZeroAlfa, dalla quale, come egli stesso sostiene, è in seguito nata CasaPound.
Fare della musica uno strumento di propaganda è una strategia che sembra rivelarsi vincente, adottata da numerosi movimenti di estrema destra: propagandare le proprie ideologie tramite la musica, come dimostrano i fatti, permette di trovare spazio dove altrimenti non li si avrebbe.
Cliccando quì è possibile ascoltare la registrazione dell’intervista.
Fine della corsa. La lunga e travagliata crisi che sta da mesi sballottando per i mari della storia i Paesi dell’Unione Europea sta per approdare a nuovi lidi. Che segneranno un passo irrevocabile verso la determinazione di nuovi equilibri e diversi rapporti di forza mondiali.
In questa fase si potrà individuare la reazione del Sistema alle sollecitazioni della crisi, dalla risoluzione delle cui contraddizioni il Sistema trova un nuovo equilibrio e un modo per preservarsi e sopravvivere. Una sorta di dialettica hegeliana in cui la sintesi non è altro che un rafforzamento della tesi.
La lettera inviata ieri da Berlusconi al Presidente del Consiglio Europeo Barroso e al Presidente della Commissione Europea Van Rompuy, lungi dall’essere una dimenticabile «letterina» come vorrebbe una certa retorica sterilmente antiberlusconista propria delle opposizioni, verrà ricordata in futuro come testimonianza esemplare degli esiti cui ha condotto l’attuale sistema economico, e come espressione di uno Zeitgeist pervasivo e dominante.
In particolare è interessante notare la via che si intende percorrere per ridare ossigeno all’economia italiana. La ricetta che si indica per incentivare lo sviluppo è chiara, e non sorprendentemente va a incidere su quelli che sono da sempre i bersagli prediletti del neo-liberismo: tutela del posto di lavoro, previdenza e welfare.
Donne e uomini in pensione a 67 anni entro il 2026, licenziamenti più facili per «motivi economici», questo insieme a una generale deregulation del mercato e a liberazizzazioni a volontà. Lo Stato farà cassa con la vendita dei beni demaniali e con concessioni ai privati. Come sottotraccia, una riaffermazione della prassi classica che vede nel pareggio del bilancio la base per un’economia virtuosa.
La propaganda neo-liberista si serve al solito di tutto l’armamentario di argomentazioni topiche. Da 20 anni vanno ripetendoci che il pubblico è inefficiente, mentre il privato è produttivo. Che mercati vanno deregolamentati, così l’allocazione delle risorse sarà più efficiente e si troverà un equilibrio virtuoso.
E spesso a dirlo sono gli stessi «imprenditori illuminati» che con una mano vergano editoriali nei quali stigmatizzano indignati l’ingerenza dello Stato nell’economia e che con l’altra arraffano i cospicui aiuti statali alle imprese (crediti agevolati, aiuti alla ricerca, prepensionamenti, cassa integrazione).
Il tutto coadiuvato dall’immancabile mitografia e da un linguaggio messianico che si esplica in analogie e slanci mistici dal sapore quasi simbolista. Linguaggio che racconta di una «mano invisibile» che interverrebbe a far coincidere gli interessi del singolo con quelli della società, di un mercato che sarebbe magicamente in grado di regolarsi da solo, tendendo spontaneamente al «perfetto equilibrio».
La tesi su cui si fonda questa «maggiore libertà di licenziamento» è che riducendo i vincoli al licenziamento le aziende saranno propense ad assumere di più. Tesi a dire il vero piuttosto sofistica e tutta da verificare,e che anzi sembra perlopiù smentita dagli studi di Olivier Blanchard, capo economista al Fondo monetario, che indica la flessibilità come incisiva sulla variabilità dell’occupazione nel breve termine, ma non sul livello dell’occupazione generale.
Ci si chiede da più parti come possano misure che rischiano seriamente di aumentare la disoccupazione contribuire alla crescita economica del Paese. Ci si chiede dove starebbe la logica in un simile assunto. Eppure tutto ha una logica, per quanto errata o perversa, e anche questo provvedimento ne ha una. Contribuirà sì alla crescita economica. Ma non di certo del Paese.
Stanti queste premesse infatti, si potrebbe supporre che le misure proposte perseguano in realtà un altro obiettivo non dichiarato. Ovvero cambiare il modo di produrre Pil, riducendo il costo del lavoro ai minimi termini, con stipendi bassi e facilità di licenziamento, che tradotto significa accettare stipendi più bassi per non restare a casa.
Certo così si ucciderà il mercato interno. Ma forse qualcuno ha già in mente un piano B. Ovvero riconvertire l’economia forzando il mercato attraverso le nuove misure e produrre Pil puntando tutto sull’esportazione. In omaggio anche a una tradizione viva in Italia dagli anni ’50 a oggi, dove borghesia e ceto produttivo puntarono sempre sui bassi salari e sull’export, piuttosto che sulla crescita del mercato interno attraverso aumenti salariali.
E a poco serve dunque ribattere con il sacrosanto argomento di buon senso secondo cui «Stipendi più alti = più consumi = più ricchezza». Un simile suicidio del mercato interno sarebbe scientemente pianificato per un fine ultimo ben preciso: sacrificare il benessere della massa pur di garantire la ricchezza dei pochi noti.
Il problema, come rileva Ronny Mazzocchi su l’Unità, sorgerebbe qualora manovre simili fossero approvate contemporaneamente da tutti i Paesi dell’Unione. In un tale contesto i Paesi vedrebbero chiudersi a vicenda i rispettivi mercati di export, con esiti difficilmente immaginabili per l’economia europea e mondiale.
Ecco, forse è questo il futuro che ci aspetta, la meravigliosa «Italia di domani» di cui ci parla Nicola Porro su Il Giornale. Uno scenario terrificante, che vedrebbe un’Italia ridotta a «fabbrica d’Europa», esportatrice di beni a basso costo prodotti servendosi di manodopera poco qualificata, sottopagata e sottotutelata. Un Paese che non compra ciò che produce, ma in cui la classe imprenditoriale si arricchisce vendendo all’estero.
Nei prossimi giorni prepariamoci a un’intensa e spregiudicata campagna propagandista a sostegno delle misure cosiddette liberali. I giornali ci parleranno di misure indispensabili alla salvezza del Paese, la politica racconterà di nuove opportunità e nuovi scenari possibili, i liberisti della domenica declameranno dai loro editoriali sull’impellente necessità di simili misure per favorire la crescita.
Ma sappiate tutti che quando costoro vi parleranno di libertà e di crescita, di opportunità e di salvezza, staranno parlando della salvezza dei padroni. Delle loro opportunità e della loro crescita. Della loro libertà, non della vostra.
di Dario Silvestri
Non sono bastati gli eventi successivi alla fondazione delle ronde nere, denominate “Guardia Nazionale Italiana”, da parte di Gaetano Saya nel 2009, legate al Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale, di quelle nazionaliste dopo, che lo stesso Saya ha voluto rilanciare il 25 Settembre di quest’anno, e di quelle padane di Borhezio, autorizzate a girare solamente in orari limitati e senza armi fra le vie di alcune città del nord-Italia, a far cambiare strategia a una certa parte politica riguardo all’efficacia e all’attuabilità di questi gruppi di controllo(?) sul territorio. Per il lato più estremo della destra italiana trovate di questo tipo sono oramai parte integrante di un tristemente conosciuto agire politico.
Vietate, le ronde hanno portato all’arresto di Saya, prima nel 2005, per aver varato una polizia parallela, la Dssa, che lo porta agli arresti domiciliari. Ma poi il sig. Gaetano ci riprova con le ronde nere e, ancora, con le ronde nazionaliste, legate invece al nascituro partito Nazionalista Italiano, capeggiato dallo stesso Saya, e finisce in manette un’altra volta, dopo aver cambiato il look della divisa fascista e il nome delle ronde stesse, stavolta denominate “Nazionaliste”, atte alla “difesa della Patria” , “contro froci e troie” e immigrati.
Quest’atteggiamento politico, così antiliberale, tipico di diversi movimenti e partiti dell’ultradestra italiana, si concretizza approdando anche fra le file della nota organizzazione estremista Casapound Italia, che ha deciso di dare vita a un gruppo denominato “La Salamandra” che avrebbe la funzione di effettuare diversi presidi in tutta Italia, con il titolo di “protezione civile”, nelle zone considerate “più a rischio”, come il movimento ha affermato.
Dopo i “bracci armati” di Saya, le ronde nordiste della Lega, ora nasce in Italia un altro gruppo d’azione in divisa, le “Salamandre” di Casapound, progetto in realtà avviato già mesi prima dei nuovi Nazionalisti di Saya, il 30 Aprile a Roma, che hanno però riscosso meno attenzione da parte dei media.
Anche se l’organizzazione si trova ancora in una fase di sviluppo e strutturazione le Salamandre sono già entrate in azione in diverse occasioni. Il 18 Giugno, nel corso della Notte Bianca di Bari, si sono registrate alcune aggressioni. Le Salamandre malandrine avevano piazzato un loro banchetto nella Nona Circostrizione di Bari e due ragazzi avevano contestato verbalmente la loro iniziativa.
L’obiettivo di questa organizzazione fondata dai vertici di Casapound dovrebbe essere quello di presidiare, con l’apposita divisa: maglietta bianca e pantaloni blu con simbolo raffigurante una salamandra sulla parte sinistra del petto, diverse zone d’Italia, scelte dal quartier generale di C.P.I., piazzando banchetti ed effettuando ronde se ce ne fosse il caso, come recita il comunicato rilasciato dall’associazione stessa:
<<Si tiene oggi a Roma il primo coordinamento nazionale della Salamandra [...] la Salamandra ha la sede principale nella Capitale e nuclei in tutte le regioni italiane e rappresenta uno strumento per mettere a sistema e valorizzare al massimo l’impegno militante e la capacità operativa dimostrata dai volontari di Cpi sul campo, accrescendone la professionalità con un’adeguata formazione>>.
Ronde Padane:
Ronde Nere:
Ronde Nazionaliste:
Le “Salamandre” di Casa Pound:
Il paradosso di una società in cui nelle scuole mancano i banchi e le sedie mentre l’esercito incassa miliardi

ROMA – “Affitto camera singola vicino Roma-Termini 450€”, “Affittasi posto letto in camera doppia 350€”, prima rata per il pagamento delle tasse universitarie unica per tutti e fissa: 467€, bollette, abbonamenti ai trasporti pubblici, vivande: quanto può essere considerata cara la vita di uno studente universitario? A dirsi dai dati, dalle voci dei diretti interessati e dalle locandine di affitto o vendita di appartamenti, andare all’università, se consideriamo istituti statali e non privati, costa mediamente dai 1500 ai 5000 euro annuali escluse le tasse d’iscrizione. Per non parlare poi dei costi da sostenere per chi decide di andare a studiare fuori casa per cui oltre alle tasse universitarie è obbligato a pagare l’affitto di un alloggio (molte volte scomodo e inadatto) e tutti i costi che derivano da un’abitazione quindi bollette di ogni genere, trasporti pubblici, cibo e quant’altro. Esistono, è vero, ottime borse di studio per i disagiati, ma quante famiglie, pur non navigando nell’oro, superano anche di poco la soglia della fascia di reddito necessaria per vincere o essere idonei all’attribuzione del premio? Un eccessivo sofismo regna ormai sovrano e a quanto pare tutti coloro che decidano di istruirsi in una università pubblica sono costretti a spremersi fino all’osso per riuscire a seguire lezioni affollatissime e per cercare di ottenere il massimo ad esami improvvisi, impegnatissimi e, a volte, continuamente rimandati. Soprattutto però questi ragazzi devono indecentemente spremere le povere famiglie che, nella maggior parte dei casi, lavorano esclusivamente per far studiare i propri figli!

Sarà questo il motivo per cui oggi le scuole si stanno svuotando pesantemente a favore delle fila dell’esercito italiano? Sta di fatto che molti giovani, ragazzi e ragazze, oggi più che mai, si accontentano del diploma di maturità decidendo di intraprendere la carriera militare. Uno stipendio base di 800 euro al mese, vitto, alloggio e indumenti, agevolazioni sui biglietti del cinema, dei musei, del teatro e dei trasporti pubblici! Chi, a 18 anni, non invidierebbe una vita del genere? E’ ovvio che ogni cosa, vita militare compresa, comporta dei sacrifici più o meno grandi, ma diventare “qualcuno” o semplicemente riuscire ad avere un posto di lavoro ben retribuito in maniere del tutto gratuita, oggi non è da sottovalutare. Infatti, pagati sin dal primo mese di addestramento i giovani soldati italiani si ritroveranno, finita la carriera, con un titolo di studio, una qualsiasi buona posizione e uno stipendio che varierà a seconda del grado che ricopriranno e tutto senza aver cacciato un soldo.
Il problema veramente grave però non è rappresentato dai giovani che, con la passione o senza, si accingono a quel tipo di vita, ma dal fatto che il nostro paese spenda mediamente 25 milioni di euro l’anno per investirli nella difesa. Non siamo in guerra, nessun conflitto è almeno apparentemente imminente e soprattutto non siamo una super-potenza militare. Quella per il mantenimento dell’esercito italiano è una delle spese di bilancio più gravose a cui dobbiamo far fronte; macchine da guerra, super armamenti, 130 cacciabombardieri (F-35) e velivoli di ogni tipo e dimensione. E di chi sono quei soldi investiti? Sono di tutti gli italiani che pagano le tasse e che ne hanno le tasche piene di sborsare troppi soldi per cose troppo inutili. Sono di tutti gli anestetizzati dalla televisione, di tutti quelli che considerano più eroi gli inviati per le missioni militari all’estero e non milioni di studenti che lottano con le unghie e con i denti per garantirsi un’istruzione per cui probabilmente nessuno mai darà loro merito. Sono soldi spesi male, miliardi gettati via ingiustamente, guadagno di una casta che taglia e non si taglia.
E intanto, nel 2011, ci ritroviamo ad avere scuole senza banchi e senza sedie, studenti che conciliano lavoro e scuola, registri fotocopiati, scienziati che fuggono all’estero, una ricerca sottopagata e nessuna fiducia in quello che verrà.
Studenti paganti e soldati pagati, questa è la realtà, una dura e triste realtà.
di
Maria Chiacchieri
E’ questa l’ultima trovata che i “fascisti del terzo millennio” hanno adottato per cercare di racimolare i soliti consensi per i loro eventi-protesta contro la riforma Gelmini: portare musica neonazista nelle strade di Roma.
Nessun simbolo, nessuna bandiera, ma sono sempre loro, è la nuova tattica che i vertici di Casapound hanno deciso di adottare. Coperti da maschere, il 21 Ottobre, una cinquantina di militanti di Casapound hanno sfilato per le vie del centro di Roma ballando sotto le sonorità della musica Hard Bass, dando così via a una manifestazione non autorizzata in tutto il Primo Municipio (dove erano già state vietate manifestazioni dal sindaco dopo i fatti del 15 Ottobre).
Non soddisfatti a causa della poca affluenza giovanile nel loro movimento, ora stanno tentando di coinvolgere quanti più giovani possibili attraverso un gruppo apparentemente fuori da ideologie denominato “HARD BASS conto la crisi”. Quel che ne esce fuori è una grottesca imitazione delle iniziative dei movimenti studenteschi di sinistra, così recita la presentazione dal gruppo su facebook: “Ci vogliono togliere il lavoro, ci vogliono togliere le pensioni, ci vogliono togliere l’istruzione pubblica, ci vogliono togliere la sanità, ci vogliono togliere il sistema sociale, ci vogliono tolgiere i diritti, ci vogliono togliere la spensieratezza, ci vogliono togliere addirittura la speranza, ci vogliono togliere il FUTURO…”

Apparentemente un gruppo scollegato dal movimento neofascista Casapound, l’ ”Hard Bass Crew”, ma dietro a quelle maschere si trovano le stesse persone, particolare che la stampa nazionale ignora o fa finta di non sapere. Indossando anche maschere di Hitler e del Ku Klux Klan, i militanti di Blocco Studentesco hanno diffuso volantini con lo slogan «Vogliono privarci del nostro futuro, non ci toglieranno la nostra voglia di vivere.»
L’ Hard Bass è un genere musicale molto di moda negli ambienti neonazisti dell’est Europa, in particolare in paesi come la Repubblica Ceca. Si tratta di musica techno dal ritmo veloce ed estremo, che viene fatta rimbombare nei principali centri cittadini, come centri commerciali e addirittura luoghi di culto, accompagnata spesso da episodi di razzismo da parte dei ragazzi mascherati che la ballano. Il movimento dell’Hard Bass è nato in Olanda e adottato a pieno titolo dalla Russia dai gruppi neonazisti. In Italia gli estremisti di Casapound sembrano voler adottare questo metodo comunicativo per espandere il loro movimento ad aree meno politicizzate.
di
Dario Lapenta
Iannone, portavoce di Casapound, ha annunciato che “la prossima volta” verrà indetta una “contromanifestazione nazionale”, per difendere Roma dagli antifascisti:
“ieri in piazza non c’eravamo, ma la prossima volta indiremo una contromanifestazione contro le banche, l’usura e i ladri di futuro e per difendere la nostra città.”
Non soddisfatti dei metodi “poco repressivi” adottati dalla polizia contro i manifestanti, i vertici di Casapound intendono mobilitare i militanti del Blocco Studentesco per reprimere a dovere le rivolte durante le manifestazioni e “difendere” Roma dagli atti vandalici.
Affermazioni che possono far facilmente tornare alla mente i fatti accaduti a Piazza Navona nel 2008, dove i militanti di Casapound hanno ricorso a qualsiasi mezzo pur di marciare in testa al corteo per cercare di prenderne il controllo, scontrandosi violentemente con diverse centinaia di manifestanti. E dopo tre anni già tornano alla ribalta, per cercare nuovamente di trovar consensi fra questi tipi di proteste, tradizionalmente molto lontane dalla loro visione politica. Lamentano, ancora una volta, un’eccessiva libertà che nella “loro città” non sarebbero in grado di tollerare, è per questo che intendono mobilitarsi.
Perchè la polizia non ha caricato i violenti?
E’ un recente articolo di Marco Pasqua a spiegarlo con precisione, trovando risposta a questa domanda sul forum del sito Poliziotti.it, dove i disagi dei poliziotti escono fuori fra le loro conversazioni: “Nessuno vuole più intervenire senza garanzie, e non parlo di garanzie di impunità, semplici garanzie per operare al meglio. […] Perché non interveniamo? Perché non abbiamo più voglia di essere indagati, condannati, messi alla gogna e fare un mutuo pure per ripagare questi rifiuti della società“, replica l’utente leone17
C’è chi se la prende anche con i parlamentari: ”sono i primi responsabili di questo stato di cose e che anche nelle nostre tasche hanno messo le mani e quando dico nostre intendo anche i tagli che, di Governo in Governo, hanno quasi messo in ginocchio la Polizia” Ma quel che resta è tanta confusione, fra chi critica le istituzioni, ma non avrebbe coraggio di sposare le cause dei manifestanti, e chi si lamenta delle poche tutele e sarebbe anche disposto a sparare se solo glie ne fosse dato l’ordine: l’utente Folgore.45: “Io resto di un’opinione. Rompergli le rotule, così la prossima volta, con la sedia rotelle, non potranno fare questi macelli“. “Che schifo ragazzi, questo Stato garantista perde su tutti i fronti, ci stanno schiacciando, solo perché i politici lo vogliono, solo perché questa Italia ha il ventre molle, perché non ci lasciano fare?“
Poi l’utente Harryb: “Basta, siamo stufi di fare da capri espiatori per una politica vigliacca, basta rischiare in prima persona quando il sistema giustizia fa acqua da tutte le parti, quando il Paese vuole questo. Con la solidarietà (falsa come una banconota da tremila lire) dei politici non si paga l’avvocato. L’Italia di oggi non merita il nostro impegno, il nostro sacrificio“.
E infine: “E’ ora di starsene a casa e far vedere a tutti quanto siamo indignati“. Sorge così spontaneo chiedersi, perché molti di loro sono ancora disposti a reprimere le manifestazioni pur di evitare che il dissenso possa giungere sotto ai palazzi del potere?
Ma se la polizia non basta a placare il dissenso con manganelli e lacrimogeni, può entrare in gioco Casapound Italia e Blocco Studentesco con i suoi militanti, che sarebbero pronti a “difendere Roma”, la prossima volta, se ce ne fosse il caso.
di
Dario Lapenta
Si prepara una settimana densa di trattative per il Ministro degli Interni. I fatti di sabato pongono l’urgenza di difendersi da quella che Maroni chiama «una nuova forma di terrorismo urbano», per cui sono necessarie «norme specifiche in grado di aiutare prevenzione e repressione». L’intenzione del titolare del Viminale è quella di far approvare una serie di misure specifiche prima dell’appuntamento cruciale di domenica, la nuova manifestazione No-Tav in Val di Susa. Il tempo quindi stringe, e il Ministro punta a una convergenza parlamentare per giungere quanto prima al varo del pacchetto di leggi d’emergenza.
Ma in cosa consistono sono questi provvedimenti?
Primo, «fermo di polizia preventivo» e «arresto obbligatorio per chi in prossimità di manifestazioni è sorpreso con il kit da guerriglia urbana». Secondo, «Estensione del Daspo (il divieto di accedere agli stadi per gli ultrà) » e «dell’arresto in flagranza differita - come già avviene per quelle sportive – anche alle manifestazioni politiche».
Di forse più lenta approvazione le altre proposte di Maroni fra cui l’istituzione di «un reato associativo specifico per chi esercitala violenza in manifestazioni» e la garanzia di «maggiori tutele giuridico-legali per gli operatori di polizia sempre più oggetto di attacchi violenti e indiscriminati».
Ma a far discutere di più è l’idea di introdurre «l’obbligo, per gli organizzatori di manifestazioni, di fornire garanzie patrimoniali a copertura di eventuali danni causati dai cortei organizzati». Idea in cui alcuni interpreti scorgerebbero una pregiudiziale di incostituzionalità che Gaetano Azzariti, docente e costituzionalista presso l’Università La Sapienza di Roma, individua in una violazione dell’art. 17.
L’idea di una legislazione d’emergenza sul modello della Legge Reale trova numerosi simpatizzanti lungo tutto l’arco parlamentare, dal deputato Pdl Osvaldo Napoli al leader Idv Antonio Di Pietro, che arriva ad auspicare una «Legge Reale 2». Ma è proprio dal Ministro della Giustizia che arriva lo stop più netto: «No a leggi speciali», frena il Guardasigilli Francesco Palma. Mentre a prendere tempo è il premier Berlusconi: «Non abbiamo ancora affrontato il problema al tavolo del consiglio dei ministri», ha dichiarato. Un no deciso è venuto dalla lega, che per bocca del capogruppo al Senato Federico Bricolo sembra voler chiudere la questione: «La Lega non vuole lo “stato di polizia”. E nemmeno leggi speciali».
A un’approvazione selettiva delle singole norme punterebbe il Pd, con la senatrice Anna Finocchiaro che dichiara: «Sì a Daspo e all’arresto in flagranza differita. No al fermo preventivo».
Intanto a Roma il sindaco Alemanno fa la sua parte firmando un’ordinanza che vieta per due mesi i cortei nel centro della capitale. «Il mio obiettivo – precisa – è non rischiare che in un ottobre incandescente si organizzino altre manifestazioni che non si possono controllare». A farne le spese fin ora sono state una processione prevista dal Vicariato di Roma e i festeggiamenti per la liberazione di Gilad Shalit indetti dagli ebrei romani, i cui organizzatori saranno costretti a ripensare in chiave statica.
E mentre la Fiom fa sapere che non rinuncerà alla manifestazione del 21 ottobre, con il segretario nazionale Giorgio Airaudo che dichiara «Noi saremo in piazza, penso sia un errore cedere alla paura. La nostra organizzazione rispetta le leggi e le istituzioni, ma il diritto di manifestare va mantenuto», il gruppo del Pd romano si prepara a dare battaglia: «L’ordinanza sindacale che vieta per due mesi i cortei è anticostituzionale e demagogica per questo motivo chiediamo al Sindaco di riferire urgentemente in aula giovedì prossimo». Sinistra ecologia e libertà annuncia invece che ricorrerà al Tar contro il divieto disposto dal sindaco, con il capogruppo di Sel alla Regione Lazio Luigi Nieri secondo il quale «Alemanno sta cercando, in modo volgare e tipico della sua storia politica, di strumentalizzare i fatti di sabato, per crearsi un consenso intorno ad un’idea reazionaria di potere».
di
Dario Silvestri
Le polemiche delle scorse settimane su secessione e Padania lasciano dietro di sé una coda di riflessioni che si riverberano e gettano una luce sulle ragioni profonde che stanno alla base della convivenza nazionale. Al di là del mistico richiamo del leader Bossi al vagheggiato, quasi rimpianto “mito delle origini” della Lega, la secessione, che può finire dritto nel novero delle suggestive e pittoresche provocazioni cui il partito di via Bellerio ci ha abituati nel corso degli anni e su cui si sono già versati fiumi d’inchiostro, interessano le reazioni del mondo politico e dell’informazione di fronte a quest’ultima uscita leghista.
Le parole di Napolitano, che condannano i secessionisti e le loro istanze all’esilio dalla storia, possono essere ben comprese nel momento in cui si vada a cercare un appoggio culturale alle rivendicazioni del Carroccio: il concetto di Padania non trova tracce nella storiografia ufficiale, che anzi ci parla di Italia già a partire dalla Lex Iulia del 90 a.C., prima tappa della progressiva estensione della cittadinanza romana a tutti gli italici, né può essere coerentemente desunto da un’analisi delle isoglosse dialettali. Risale, ben più prosaicamente, al gergo politico della nascente Lega di fine anni ’80 inizio ’90, che della Padania ha inventato mitologie, rituali e la stessa storia. «Agitare ancora la bandiera della secessione significa porsi fuori dalla storia e dalla realtà», ha detto il presidente della Repubblica, e ci si potrebbe in tal senso interrogare anche sull’opportunità, in un momento storico come questo, di un recupero così radicale e integrale delle identità locali, sull’eventualità di immolare l’unità nazionale sull’altare di un progresso storicisticamente inteso come progressivo trionfo dei campanilismi e come balcanizzazione delle unità pattuite.
Nel condannare le derive secessioniste il presidente della repubblica assolve, chiaramente, al suo ruolo di garante della Costituzione, e lo fa con una nettezza e una fermezza ammirevoli e tali da non lasciare spazio a equivoci. E mettere mano alla Costituzione, andando a rileggere il famigerato articolo 5, «La Repubblica, una e indivisibile», rimane la risposta più rapida e ovvia alla provocazione leghista. Ed è infatti con questa chiave di lettura “costituzionalista” che gran parte degli interpreti affrontano la questione. Per dirla con l’ottimo Rodotà, «L’idea di secessione non è solo incostituzionale, ma anche eversiva». Tutto giusto. Almeno formalmente.
E ciò non sia inteso, grettamente, come berlusconiana prevalenza di un’arbitraria e non meglio definita “sostanza” sulla indeclinabile e in fondo democratica certezza della “forma”, ma come un ennesimo riproporsi della dialettica fra diritto e legge, l’eterno cozzo fra il «popolo» che detiene la «sovranità» e il suo esercitarla «nelle forme e nei limiti della Costituzione».
Perché, se è vero che la rivoluzione non è un pranzo di gala, la secessione non può essere da meno. Come ricorda acutamente Grillo, una Costituzione codificata non ha impedito la scissione fra Repubblica Ceca e Slovacchia, nè tantomeno la secessione nei Balcani.
E l’obiezione sollevata, fra gli altri, da Marcelli del Fatto Quotidiano per cui «non esiste, mai è esistito e mai esisterà un “popolo padano”» finisce con l’apparire in fondo pretestuosa: il fatto che un popolo non sia mai esistito non implica necessariamente che non possa esistere in futuro.
La stessa Costituzione finisce col diventare, a cospetto del principio inalienabile dell’autodeterminazione dei popoli, quasi un cavillo. E allora, se appare ovvio e comprensibile che la contestazione dell’ipotesi secessionista prenda le mosse dalla carta costituzionale, altrettanto ovvio è che una confutazione sostanziale non può fondarsi solo su un’interpretazione letterale, “pedissequa” della stessa, ma deve cercare quanto più possibile di risalire alla radice, alle ragioni profonde di questo malessere diffuso che induce una parte seppur minoritaria degli italiani ad auspicare la rottura dell’unità nazionale. E non ci vuole molto a individuare questa radice, in realtà ben contingente, nella corruzione generale e nella cronica inadeguatezza della politica. Non si può dunque semplicisticamente liquidare questo disagio appellandosi a questo o a quell’ articolo della Costituzione.
Ora, facciamo finta per un attimo che quella della secessione non sia solo mera propaganda, un ballon d’essai somministrato all’opinione pubblica con lo scopo di distrarre gli italiani e l’elettorato leghista dalla ormai sempre più manifesta, e percepita, sudditanza di Bossi al Cavaliere. L’ipotetico obiettivo sarebbe quello di organizzare un referendum sulla secessione, per provare l’esistenza in fieri di un “popolo padano” finora solo millantato. I leghisti si contino e, qualora il giudizio popolare dia loro ragione, procedano con l’agognata secessione. In caso contrario, il loro ruolo storico potrà dirsi esaurito e le loro parole verranno per forza di cose destituite di qualsiasi autorità.
di
Dario Silvestri

La rabbia è esplosa. E poi, come le violente sassaiole dei manifestanti, sono partite le condanne da tutti i giornali nazionali che hanno giudicato colpevoli degli scontri, e di aver distrutto una manifestazione pacifica, solo poche centinaia di “esaltati”, denominati dagli stessi giornalisti “black bloc”. Dure critiche che sembrano non lasciare spazio ad alcun interrogativo (perché tanta violenza?), condannare la violenza è sicuramente più semplice che cercare di comprenderne invece le radici. Tanto vale rispondere alla rabbia dei manifestanti con più controlli, perquisizioni e arresti preventivi, per evitare che esploda, e che il disagio non possa dunque venir fuori. E’ questo il messaggio che le maggiori testate nazionali hanno voluto dare ai propri lettori. Un messaggio chiaro e conciso, che non lascia alcun punto su cui riflettere: i “teppisti” devono essere fermati. Non importa chi sono, da dove vengono, in che condizioni vivono e quali disagi si portano dietro. In poche parole, non importano i motivi per i quali quelle diverse migliaia di manifestanti, soprattutto studenti anche giovanissimi, hanno fatto esplodere la propria rabbia nella piazza.
Perché gli scontri? Volevano manifestare sotto i palazzi del potere.
Definiti “violentatori” da l’Unità, “parassiti che si insinuano nel corteo” da il Fatto Quotidiano, perché tentarono di raggiungere Montecitorio, di voler portare il disagio sotto i palazzi del potere e far vivere la crisi a chi l’ha generata. Anche per il giornale fondato da Gramsci la polizia avrebbe dovuto reprimere i rivoltosi con l’uso di altrettanta violenza, come si è potuto leggere sulle prime pagine, i rivoltosi per l’Unità sono stati “liberi per ore di sfasciare tutto”, un ottimo alibi dal quale trarre l’ennesima quanto inutile critica al governo. Resta da chiedersi, se la polizia avesse reagito reprimendo a sangue freddo i rivoltosi, e “difendendo” i manifestanti pacifici, allora la manifestazione di sabato sarebbe stata perfetta? Cinque ore di scontri continui iniziati da via Cavour sino via Labicana (dove è stata assaltata una caserma) fino poi alla grande guerriglia di piazza San Giovanni.
La polizia, seppur si sia riservata di non scegliere una repressione violenta contro i rivoltosi, non ha rinunciato, oltre che a lanciare numerosi sassi (quando i lacrimogeni non bastavano più), ad inseguire le ambulanze con i feriti, per poi addirittura fare irruzione nel Pronto soccorso, minacciando anche infermieri e dottori: “o ce li fate identificare o denunciamo anche voi”. Più di tre studenti sono stati brutalmente investiti dalle camionette.
Mentre le ipotesi sui poliziotti infiltrati vengono pian piano smentite, come nel caso del giornalista di cronaca nera del il Tempo scambiato per un agente agitatore, anche sui numeri i giornali si contraddicono, per l’Unità i facinorosi sono stati massimo 200, per il Fatto quotidiano 500, come scandisce Padellaro nel suo editoriale “Cinquecento teppisti organizzati hanno distrutto la gigantesca e pacifica manifestazione degli indignati e messo in gioco l’intero movimento”. Dai video girati con i cellulari e caricati su Youtube.it invece sembrano essere stati diverse migliaia.
C’è chi si è portato caschi e passamontagna da casa, e chi invece si è equipaggiato con ciò che ha trovato per terra, e si è unito in seguito agli scontri.
Il centrosinistra propone alla polizia di “selezionare” i manifestanti:
Dopo gli scontri del 15 ottobre diversi giornalisti appartenenti alle più grandi testate vicine alla sinistra, come i giustizialisti de il Fatto quotidiano, hanno chiesto nei loro articoli, oltre di isolare i ribelli, di effettuare perquisizioni e rilasciare autorizzazioni a chi intende liberamente partecipare a una manifestazione. Ogni occasione è valida per criticare l’operato della polizia: o perché, come durante gli scontri del famoso 14 dicembre, cercano di fermare i dissidenti, e quindi vengono descritti come repressori che picchiano gli studenti, oppure, se invece il capo questore decide di lasciar fare, allora si è complici, e la polizia “non ha fatto il proprio dovere”.
La stessa sinistra che ha esaltato le rivolte arabe descrivendole baluardi di libertà contro l’oppressione, come se la rivoluzione nei paesi arabi la si faccia a suon di trombe invece che a suon di cannoni, spari e sassaiole. Adesso pare scongiurare la violenza ad ogni costo, definendola completamente ingiustificabile, che deve essere stroncata con la stessa repressione violenta.
La dubbia esistenza dei “black bloc”, quando gli studenti vengono chiamati criminali:
La stampa nazionale continua a parlare di gruppi organizzati di “anarco-insurrezionalisti”, mentre dai video degli scontri si possono chiaramente riconoscere studenti, ragazzi e ragazze, anche giovanissimi, fra la folla dei rivoltosi.
I giornalisti del il Fatto, Repubblica e l’Unità sono disposti a tutto pur di salvare una reputazione pacifica delle manifestazioni, e di cogliere l’occasione per attaccare il governo sulla questione della sicurezza, incolpando gli “incappucciati” di aver rovinato l’intero corteo e la polizia di non averli fermati in tempo.
Ma di una posizione diversa sembra essere il Manifesto, che in prima pagina recita “Unita nella piazza, sfila la vera opposizione”, la manifestazione viene descritta come “imponente, rumorosa, creativa, combattiva. Una manifestazione politica con poche bandiere di partito, ma ricca di voci, esperienze sociali. Inizia un percorso difficile che chiede una nuova politica e un’altra economia”
E’ sicuramente meno esaltato chi questa crisi la vuole far sentire anche ai parlamentari, pretendendo di manifestare sotto i palazzi del potere, rispetto a chi, per uno stipendio di 1300 euro al mese, li difende e blocca il corteo dei manifestanti, come riporta un articolo de il Manifesto: “[...] altrettanto ferma era la contestazione riservata agli agenti. <<Noi difendiamo i vostri figli – gli urlavano in faccia i manifestanti – e voi difendete gli sfruttatori>>” e ancora, “Scontri e cariche non riducono il valore di una delle maggiori manifestazioni della storia di Roma”.
La polizia, che non ha perso occasione per lamentare i numerosi tagli del governo al loro settore, perché non ha scelto di unirsi al dissenso invece che bloccare i manifestanti, impedendogli di raggiungere Montecitorio? Sono stati 105 i poliziotti feriti. E intanto, dopo una giornata di fuoco, si preparano a manifestare con i loro sindacati, esattamente come hanno fatto il 13 Dicembre, prima dei devastanti scontri del giorno 14. Cosa è che impedisce ai sindacati della polizia di scegliere di unirsi al corteo nazionale invece che manifestare separatamente? Se una cosa del genere dovesse accadere, sarebbe interessante vedere come verranno trattati dai loro colleghi in servizio. Magari, una volta tanto, riuscirebbero a mettersi nei panni dei manifestanti, e a comprendere le ragioni dei rivoltosi, si spera.
Dario Lapenta,
redazione laMeteora
Dopo la smentita degli skin di Colleverde, la conferma di Blood&Honour dal loro quartier generale in Inghilterra: “la sede a Roma verrà aperta e sarà la prima in Italia“, nonostante le proteste e le minacce di sgombero da parte del sindaco di Guidonia Eligio Rubeis (Pdl), che come riportato dal Corriere della sera, afferma “mi auguro che le forze dell’ordine intervengano a sgomberare lo stabile” dove verrà inaugurata la nuova sezione il 28 ottobre, anniversario della Marcia su Roma.
Dal forum di B&H notizie inquietanti:
I militanti di Blood & Honour, movimento fondato da Ian Stuart nel 1987, come si può leggere dalla sezione italiana del forum, sarebbero disposti a tutto pur di “salvare la razza bianca in Italia”: “dovremmo organizzarci a prendere spunto come i nostri cari fratelli russi, organizzazioni con addestramenti paramilitari con attacchi fisici e a mano armata con i coltelli“ si legge fra i commenti di un neonazista italiano, l’organizzazione dei neonazisti russi è quella perfetta da imitare, secondo quanto riportato sulla sezione italiana del forum dei B&H.
Di seguito il testo integrale (cliccare per ingrandire):

Si tratta di un post di Gennaio del 2010, di vecchia data, le cui idee però potrebbero presto concretizzarsi e divenire realtà. Si chiama Combat 18 il movimento terroristico che potrebbe presto nascere in Italia, del quale i promotori sono proprio i militanti Blood&Honour. C18 o 318, come i neonazisti usano chiamarlo, è un gruppo terroristico che i B&H hanno già lanciato in diverse nazioni come l’Inghilterra, Australia, Belgio, Russia, Germania (dove sono stati sventati attraverso oltre 50 raid) e sud America (dove sono divenuti un vero e proprio gruppo paramilitare). E’ ben chiaro a cosa intendono arrivare i nuovi nazi italiani: imitare la Russia, come in alcuni quartieri dove “girano a testa bassa la. gli stranieri pure, il 20 aprile (compleanno di Hitler) sono costretti a rimanere in casa, per non venire brutalmente picchiati.“, come recita il post nel forum dei B&H. Un prospetto inquietante, che potrebbe rispecchiare la realtà, fra qualche anno, quando questo gruppo si sarà ben radicato nel nostro territorio, se non fermato, come auspicano il sindaco di Roma Gianni Alemanno e la governatrice Polverini.
di
Dario Lapenta