Abbiamo chiesto a Santo Trafficante un parere su Mafia Capitale

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Top de Roma, Santo Trafficante

Fabian Santo Caruso, nome d’arte Santo Trafficante “the Boss” aka Santo Blanco, rapper romano del Torrino dallo stile originale, genuino e sofisticato. Artista dall’assoluta e indiscutibile peculiarità del flow, generatore di immagini sonore uniche e glaciali. Le collaborazioni di Santo sono forti di numerosi featuring con altri noti rapper sia della scena romana come i Truceklan che di altre città italiane, come Club Dogo, Inoki, Bassi Maestro e molti altri. Fra le sue abbondanti produzioni l’indimenticabile street video Musica Pesante e la cult track Violenza Domestica feat Metal Carter.

Noi lo abbiamo contattato per chiedergli un parere su Mafia Capitale. Stacce!

Ciao Santo. L’argomento della criminalità organizzata ha avuto spesso un ruolo centrale nella tua musica, soprattutto nell’ultimo album. Secondo te quale legame ci può essere tra questi due elementi?

Quello che affronto nei miei testi in qualche modo riflette uno stato d’animo che si è sviluppato in me negli ultimi 10/15 anni e trova riscontro nella realtà di tutti i giorni che mi circonda, una realtà amara, ingiusta, violenta, corrotta. Pure io personalmente, come quasi tutte le persone, ne ho subito direttamente le conseguenze ed è maturata in me una nuova consapevolezza che prima non c’era, questo credo sopratutto perché sono cresciuto in Germania a Monaco, che è davvero una realtà molto diversa – più equilibrata, giusta se vogliamo e trasparente.

Da un modo di pensare sono passato ad una consapevolezza amara, che credo sia parte dell’ambiente che mi circonda: l’affermazione personale passa per l’oggettività del successo, che si traduce in soldi, case, carriera e donne ecc.. Non concordo con quest’idea, anzi combatto internamente contro questo modello vacuo, ma sfuggirne è molto difficile perché il mondo attorno sembra accettare solo ciò.

Da questo deriva uno spirito di autodistruzione e distruzione nella mia musica, cresciuto con il disgusto per il mondo e i suoi meccanismo perversi, che profondamente desidero distruggere. Tutto ciò mi spinge ad ergermi, musicalmente, a giustiziere, a portatore di caos e distruzione per far rinascere il paese dalle sue rovine morali.

Il crimine organizzato in questo rappresenta apparentemente e paradossalmente una via d’uscita: una ribellione allo stato, la rivincita del più debole con la violenza e la forza, ma contemporaneamente la distruzione della società, lo sgretolamento dei valori ed in fine l’oppressione del più debole – un circolo diabolico, estremamente triste, ma molto reale.

L’esempio più lampante di quest’idea è Raffaele Cutolo, il boss della Nuova Camorra Organizzata, che si autoproclamò il Robin Hood degli oppressi, ma finì per essere l’oppressore. Nel mio caso parliamo solo di musica in cui esprimo questo punto di vista, dato che con il crimine organizzato non ho nulla a che vedere e che inoltre condanno fermamente.

 

 

Qual è l’idea che ti sei fatto sulle ultime vicende emerse dall’operazione Mafia Capitale?

Non si può non notare che i fatti descritti sui giornali, alla maggior parte delle persone che abitano a Roma non suonano come novità, ma come un’amara conferma di quello che già si sospettava o sapeva. Basta girare per i quartieri periferici di Roma e vedere il degrado, la sporcizia, i problemi che non sono causati da poteri ignoti ma precisamente dal malaffare che pervade tutti gli strati dell’amministrazione pubblica. Mafia Capitale spaventa perché si pensava che il crimine organizzato agisse solo nelle e dalle periferie del paese. Si pensava che Roma fosse solo una città di cravattari e banditi senza un organizzazione criminale vera e propria. Ma di fatto la pègre è onnipresente nelle sue varie forme e declinazioni, e questo grazie sopratutto alla politica che all’ombra delle istituzioni continua a fare affari con entità e personaggi dubbi.

 

E sulla fasciomafia?

In questi giorni si è sentito dire spesso che un fascio non può essere un mafioso o un appartenente ad un’associazione a delinquere, come se fossero due caratteristiche su piani diversi e mai cumulabili; come se l’uno non potesse essere pure l’altro. Ma è un errore, sopratutto perché la politica è in qualche modo secondaria, o meglio, sono secondari i fini politici di un mafioso, che magari ne ha di idee politiche, che però restano sullo sfondo nell’attività di tutti i giorni.

Ma ciò nonostante, io credo che ci sia in tutte le organizzazioni criminali del mondo, direi paradossalmente, una tendenza al tradizionalismo, al rispetto delle regole e al nazionalismo.

Solo per fare tre esempi: in Giappone la Yakuza ha legami con l’estrema destra, mantiene al suo interno e all’esterno un codice di comportamento severo e tradizionale e in linea generale supporta l’idea di un Giappone forte. Pure in Germania esistono organizzazioni criminali autoctone, quella più nota è quella degli Hells Angels, che si basa sul famoso Motorclub statunitense, ma che in realtà è una specie di mafia locale con vari chapter nelle città del Nord della Germania: un regolamento di fratellanza, rispetto e unione è alla base dell’organizzazione, dietro le quinte un’associazione a delinquere molto ben strutturata ed efficiente, e pure qui troviamo una forte presenza di membri o ex-membri della destra estrema.

Lo stesso vale per le organizzazioni italiane, per fare un esempio più vicino a noi, che mantengono uno spirito conservativo al loro interno, dai riti pseudo-religiosi al mantenimento dell’ordine sul territorio alle regole di gerarchia e della divisione dei compiti.

Sia alle sue origini che nell’era contemporanea le mafie hanno da sempre un rapporto speciale con il potere economico e la politica, un accordo di collaborazione su cui i due lati, quello legale e quello illegale, basano e accrescono il loro potere – lo status quo territoriale (la miseria, la disoccupazione, la corruzione, ecc.) gioca a favore di entrambi i lati.

Quello che poi realmente si cela al di sotto delle apparenze, dei cosiddetti principi e delle regole è di solito quello puramente economico. Utilizzando ideologie, riti e regole cercano di dare una forma condivisibile e socialmente accettabile ai propri scopi, perché le organizzazione vivono pure grazie al supporto popolare e all’accettazione sul territorio in una specie di scambio di favori.
Ritornando alla fasciomafia, vediamo ovviamente una tendenza verso l’ala di estrema destra o destra proprio per i motivi congeniti, ma chiaramente non si può generalizzare e ci saranno pure delle eccezioni che confermano la regola, visto che l’argomento e le situazioni sono molto complesse.

 

 

Negli articoli dei principali giornali nazionali è emerso nuovamente il nome di De Pedis, boss della banda della Magliana. Secondo te esiste un reale filo conduttore o, per lo meno, delle affinità fra la vecchia e la nuova criminalità organizzata romana?

Assolutamente si. Si può dire che dagli anni ’70 attorno alla Banda della Magliana si è creato un giro di persone che è rimasto quello di allora. Proprio il caso di Massimo Carminati credo che sia sintomatico. Le prime esperienze criminali le accumulò con i NAR però già attorno ai 20 anni iniziò a frequentare assiduamente i bar di S. Paolo e Marconi e ad imparare da vari membri della Banda, in particolare da Giuseppucci detto Er Negro, per il quale riscuoteva debiti e svolgeva lavori di manovalanza. E’ proprio Carminati a fare il “salto di qualità”, passando dalla politica agli affari di strada ed oltre, anche se non ha mai dimenticato o rinnegato il suo passato. E si è visto che è rimasto sempre molto attivo in questi anni, su Roma Nord in particolare. La Banda della Magliana ha creato un modello da seguire per i giovani come Carminati, un’organizzazione autoctona violenta e rispettata pure fuori Roma, con un nuovo modo di pensare alla criminalità romana, non più di quartiere ma estesa, capillare ed organizzata.

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Massimo Carminati

Nella mia personale opinione credo che ci possiamo attendere ancora molto in futuro dalla criminalità organizzata romana, visto che Roma da tutti i punti di vista è un polo del potere e non a caso sono presenti tutti i grandi gruppi criminali italiani, e proprio nel “mondo di sotto” romano sta emergendo una consapevolezza che prima non c’era. Si stanno affermando nuovi codici criminali che si ispirano ai modelli classici della mafia e della camorra, ma con cui nella forma hanno poco a che fare. Da non sottovalutare sono gli intrecci con organizzazioni criminali straniere che sono presenti sul territorio, come quella cinese, albanese, rumena, ecc. Roma da questo punto di vista è un terreno fertile ed è da vedere se si manterrà la pax romana.

 

 

Pensi di poter prendere ispirazione da Mafia Capitale per futuri lavori?

Come tutto quello che accade a Roma, pure Mafia Capitale avrà sicuramente un impatto sulla mia musica e i temi che tratto, visto che la criminalità organizzata e i codici invisibili sono parte della tematiche su cui rifletto e scrivo. Certamente non entrerò in faccende di attualità, proprio per rispetto delle vicende giudiziarie altrui di cui ancora non conosciamo esiti e verdetti. In linea generale voglio evitare di creare dei modelli da seguire per i più giovani, al contrario voglio mostrare il lato brutale e senza vie d’uscita di un certo stile di vita. Il Rap, come pure altri generi musicali e culture giovanili, ha un forte impatto sulle nuove generazioni, e come artista non posso non esserne conscio ed agire di conseguenza prendendomi le mie responsabilità.

 

Ci sono nuovi progetti in preparazione? Qualche accenno?

Sto lavorando a una decina di progetti musicali: album, mini LP, EP, mixtape, ecc. Esattamente non so che cosa mi spinge, però ho una grande voglia di esprimermi. A breve esce il mio album ufficiale “L’Anima di Roma”, che sarà il mio album migliore e che definirei un capolavoro, per me e per il Rap italiano. E’ un lavoro maturo da tutti i punti di vista, racchiude le sonorità Rap degli ultimi 30 anni e tutte le decisioni creative sono state prese da me personalmente, quello che nei precedenti album non è accaduto. Spesso infatti ho dovuto diluire, trovare accordi e adattarmi ad opinioni musicali di terzi che obiettivamente non erano all’altezza. Questo non lo dico con arroganza, ma credo che ci voglia competenza, serietà e la massima conoscenza della materia, almeno lavorando con me. Come artista integro e conscio delle proprie capacità, non ho intenzione di piegarmi a dettami o regole di altri, sopratutto quando le rifiuto. In linea generale “L’anima di Roma” non è un album commerciale, anzi è a tratti sperimentale e fuori-fase, ma sempre in linea con le radici del Rap e contemporaneamente moderno e legato a Roma e alla mia realtà. Un piccolo universo.
Un altro progetto che voglio segnalare è il mio album di 7 canzoni “Cocci”, non si tratta di Rap ma di musica sperimentale che però ha preso concetti, idee e approcci dalla musica Rap. Un album difficile ma molto interessante che ovviamente avrete modo di ascoltare…

 

di Dario Lapenta

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Un commento

  1. Giorgio
    dicembre 26, 2014 in 12:54 pm - Reply

    Bravo Santo!