Alfio Marchini potrebbe finire in galera se si rifiutasse di celebrare le Unioni Civili

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Alfio MarchiniAlfio Marchini, il candidato di Forza Italia, potrebbe diventare il primo sindaco obiettore di coscienza sulle unioni civili. Durante la presentazione del suo programma elettorale a un forum dell’Ansa, il candidato sindaco di Roma ha affermato che non celebrerà le unioni civili fra coppie omosessuali in caso di vittoria. Nella legge approvata ieri dalla Camera, però, l’obiezione di coscienza non è contemplata e in caso di rifiuto si incorrerebbe in una violazione delle leggi dello Stato, in particolare nel reato di abuso d’ufficio previsto dal codice penale. Questa norma serve a tutelare il cittadino dalle prevaricazioni delle autorità ed è rivolta alla pubblica amministrazione, e prevede pene da 1 fino a 4 anni di reclusione. Il reato di abuso d’ufficio, infatti, si può verificare qualora venga arrecando ad altri un danno ingiusto durante l’omissione di un preciso obbligo previsto dalla legge, come quello a celebrare le unioni civili.

 

 

Il testo del reato di Abuso d’Ufficio (art. 323 Codice Penale):

 

Salvo che il fatto non costituisca un più grave reato (1), il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio (2) che, nello svolgimento delle funzioni o del servizio (3), in violazione di norme di legge o di regolamento (4), ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale (5) ovvero arreca ad altri un danno ingiusto, è punito con la reclusione da uno a quattro anni (6).

La pena è aumentata nei casi in cui il vantaggio o il danno hanno carattere di rilevante gravità (7).

Note

(1) La clausola di riserva fa soccombere la norma nel concorso apparente rispetto ai reati più gravi, a prescindere dal principio di specialita (v. art. 15 del c.p.)

(2) Si tratta di un reato proprio, che può essere commesso tanto dal p.u. quanto dall’i.p.s., figura inserita dalla legge 26 aprile 1990, n.86, al fine di non lasciare impunita la condotta di distrazione di danaro o altra cosa mobile effettuata a vantaggio del privato da parte dell’incaricato di un pubblico servizio.

(3) La condotta deve essere compita nello svolgimento delle funzioni o del servizio, non rileva dunque il compimento di atti in occasione dell’ufficio e il mero abuso di qualità, cioè l’agire al di fuori dell’esercizio della funzione o del servizio.

(4) La condotta del pubblico agente deve però integrare alternativamente la violazione di norme di legge o di regolamento. Quindi la rilevanza del comportamento è collegata ad un quid di immediata verificabilità: la contrarietà a regole scritte. Di conseguenza, in caso di abuso mediante omissione questa ricorrerà quando il comportamento omissivo violi un obbligo di fare.

(5) Il riferimento al vantaggio patrimoniale fa sì che venga dato rilievo al complesso dei rapporti giuridici a carattere patrimoniale conseguenti all’atto antidoveroso dell’agente, senza dunque ricomprendere vantaggi di tipo morale o politico.

(6) L’art. 1 della l. 6 novembre 2012, n. 190 ha comportato un aggravamento di pena, prima prevista nei limiti edittali di sei mesi e tre anni.

 

DL

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