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“Ecco perchè ho chiesto a Facebook di smettere di censurare l’arte”

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Andreas Finottis è un poeta e scrittore fuori dagli schemi, nato in provincia di Rovigo nel 1962. La sua prima pubblicazione è Antimerda Poetica “un grido contro la poesia inutile”, la definisce lui. Il suo obiettivo è infatti quello di demolire tutti gli stereotipi che gravitano attorno alla concezione della poesia comunemente intesa. Andreas veicola il suo messaggio artistico tramite i social, ma da un po’ di tempo le cose sono cambiate. Noi de l’Antikulturale lo abbiamo intervistato per chiedergli delle censure che sta continuando a subire da Facebook e di come ha cominciato a fare arte.

 

L’Antikulturale: Buonasera Andreas. Possiamo dire che fai parte di un certo humus sottoculturale che trova la sua espressione sui social: gestisci diverse pagine come Poesia ribelle, Satireggiando e Antimerda Poetica. Qual è stato il tuo primo approccio alla scrittura?

Andreas Finottis: Ho iniziato nel 1978, quando avevo 16 anni, sul diario di scuola, mentre mi annoiavo e non seguivo le lezioni. All’inizio scrivevo cose satiriche, più raramente qualcosa di serio. A ogni modo finiva tutto nel cassetto della scrivania, fino a quando mi rileggevo e quello che non mi piaceva lo strappavo. Sono stato il mio unico lettore per molti anni. Ho avuto la possibilità di comprarmi un PC molto tardi, ma il mio obiettivo non è mai stato quello di farmi conoscere sui social come poeta. È stato tutto piuttosto spontaneo. Cosa mai gliene fregherà alla gente della poesia? Pensavo. E invece, le poesie che pubblicavo suscitavano sempre, nel bene e nel male, molto interesse sui social. E così ho cominciato con le prime pubblicazioni su carta, nelle antologie e tramite il circuito underground del collettivo Nucleo Negazioni. Adesso però le policy di Facebook sui contenuti sono diventate più rigide, e stanno mettendo a repentaglio il mio modo di esprimermi attraverso la scrittura.

 

Andreas Finottis poeta

 

Com’è cambiato il comportamento di Facebook nei confronti dell’arte? Parlaci delle censure che hai subito.

Prima mi divertivo a pubblicare poesie irritanti nei gruppi dedicati a poesie romantiche e d’amore. Ricevevo spesso insulti da chi non capiva il mio messaggio, e questo non faceva che darmi visibilità. Così ho cominciato a conoscere artisti interessati al mio modo di fare arte e ho creato un blog e diverse pagine su fb. Questa crociata di Facebook contro gli artisti fuori dagli schemi è cominciata due annetti fa, forse per l’accesso in misura maggiore di gente di mezza o terza età rimbambita di televisione e che si sente scandalizzata da un certo tipo di irriverenza artistica, che attraverso le segnalazioni spinge il social network ad adattarsi a loro retrogradismo culturale. Mi hanno bloccato diverse volte a causa di contenuti sgraditi e anche cancellato una pagina con molti followers che avevo impiegato anni per far crescere e conoscere, si chiamava Ribellioni. Ma non avevo pubblicato nulla di osceno. Soltanto condiviso la copertina del vinile di uno degli artisti più conosciuti al mondo, di un personaggio sicuramente anche più famoso di Zuckenberg. Sto parlando dell’album Unfinished Music No.1 – Two Virgins di John Lenon. Già, per Facebook la copertina di uno dei vinili più ricercati al mondo non è accettabile perché c’è un’immagine di nudo.

Nell’ultimo periodo siamo arrivati davvero a una situazione ridicola e paradossale, quando lo stesso social ha deciso di bloccare l’immagine della statua del Nettuno a Bologna, perché “esplicitamente sessuale”. E così ho deciso di scrivere una lettera a Facebook per chiedergli di smettere di censurare l’arte.

 

Unfinished Music No.1 - Two Virgins John Lennon Yoko Ono

Il vinile Unfinished Music No.1 – Two Virgins di John Lennon e Yoko Ono

 

E ti hanno risposto?

No.

 

Cosa gli hai scritto nella lettera?

Che a mio parere utilizzano metodi identici a quelli che usavano ai tempi del fascismo per far tacere chi non la pensava come gli altri, con la differenza che ora non è il pubblico che censura, ma il privato. Qualche decennio prima dell’avvento dei social, quando era frequente essere accusati di oscenità se si pubblicava un libro scandaloso, almeno c’era un processo in cui si aveva la possibilità di fare sentire le proprie ragioni e un giudice si occupava del caso. Invece adesso su Facebook basta solo che tu scriva qualcosa che risulta antipatico al primo scemo che la legge, e può segnalarti ripetutamente, magari mettendosi d’accordo con altri scemi, così anche senza un motivo reale puoi essere bloccato dagli algoritmi, e magari il tuo profilo è importante per te, ti serve per il tuo lavoro con cui campi tu e la tua famiglia.

 

E in questo modo sei già messo fuori senza che tu abbia violato nessun tipo di legge, aggiungo. Mi hai fatto venire in mente il processo che subì Filippo Tommaso Marinetti, il fondatore del Futurismo, quando nel 1910 pubblicò Mafarka il Futurista. In un primo momento fu assolto, alla fine ricevette una condanna in Cassazione, ma almeno ebbe l’opportunità di difendersi in un tribunale e farsi un sacco di pubblicità. Pensa se fosse nato nell’epoca contemporanea, probabilmente non avrebbe subito nessun processo, ma sarebbe stato censurato in un batter d’occhio da Facebook.

Già. In nessun altro social network esistono blocchi così assurdi e dittatoriali, per esempio se uno degli amministratori di una pagina posta una foto considerata inadatta bloccano anche tutti gli altri che la amministrato anche se non c’entrano niente, oppure se un iscritto a un gruppo posta una foto ritenuta oscena, chiudono tutto il gruppo. Così si crea un meccanismo psicologico per cui i censurati diventano censori.

Ho letto gente affermare che sarebbe d’accordo con quanto dico ma non protesta contro questi soprusi per paura che gli venga chiuso l’account. Nei decenni scorsi si facevano anche ammazzare per difendere la propria libertà mentre ora invece si trema e ci si autocensura per non avere l’account bannato. Hanno creato una massa di beoti consumatori col potere di eliminare ciò che infastidisce la loro beotaggine, per cui devi adeguarti pubblicando cose innocue, che non infastidiscano nessuno. È evidente che per Facebook l’obbiettivo principale è quello di connettere gli utenti con le aziende, e non di certo favorire la libertà di espressione.

 

PSICOFARMACOLOGICO

C’era una volta
un ragazzo che non c’è mai stato
un cervello perso in un paese disperso
tra terre bruciate dalla chimica sotto un sole malato
tra i rifiuti del fiume, del mare, della vita
tra le pieghe del tempo
inesistente
in un sorriso svanito con sigarette spente sulla carne
guardava sul pavimento la realtà come in un sogno
viveva i sogni come fossero realtà
assente inebetito
davanti allo schermo in cui trasmettevano
il suo pensiero
è morto per voi
per la vostra crudele vuotaggine
per lo schifo che gli avete fatto
si è ritratto dentro se stesso.

Non uscì più.

Solo i farmaci uscirono con le urine
finirono nel fiume
finirono nel mare,
e tu d’estate nelle tue agognate ferie
quando sei felice a nuotare
se una boccata d’acqua più salata del solito
ti rende più triste e più assente
sappi che è il piscio del ragazzo sparito.

 

(poesia estratta dall’antologia Antimerda poetica)

 

Per la composizione delle tue poesie ti sei ispirato a degli artisti in particolare?

Io cerco solo di riportare il linguaggio reale parlato nello scritto, odio lo scrivere artefatto staccato dalla realtà. Ho apprezzato molto poeti come Hans Magnus Enzensberger, Franco Fortini e Sandro Penna con la sua capacità di trasmettere emozioni con un linguaggio semplice. Ma anche alcuni poeti passati inosservati, a mio parere ancora da scoprire, dei veri diamanti tra i sassi nelle vie polverose dell’esistenza umana, pervasi da quel senso di disperazione e ribellione di quando ci si sente estraniati dalla realtà che ci circonda. Parlo di Eros Alesi, che gravitava attorno agli ambienti della rivista underground italiana Mondo Beat, morto a vent’anni per droga, e del poeta messicano Mario Santiago Papasquiaro, che partecipò al movimento infrarealista con Roberto Bolaño.

Fd

 

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