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Il lato oscuro del Truceklan: intervista a Puccio Carogna

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Alcuni hanno la fortuna di vivere in prima persona la Storia con la esse maiuscola, di poterla guardare dritta negli occhi. E il TruceKlan, come ormai quasi chiunque mastichi di rap riconosce, ha segnato la storia del rap italiano, in particolare nel periodo di passaggio fra Old e New school. Simone Ottavi, in arte Mr P. aka Puccio Carogna, classe 1982, membro del TruceKlan dal 2005, ha attraversato indenne tutte le fasi della crew del male, dai tempi di In The Panchine ai recenti diverbi con Duke Montana. Gli argomenti delle sue canzoni cambiano ma restano dei punti fermi: voce inconfondibile, rime al vetriolo e street life a pacchi. Alcune strofe sono diventate vero e proprio culto fra i fan.

L’abbiamo incontrato per un’intervista in cui si parla di America e Italia, del tempo che passa ma soprattutto di rap.

puccio carogna intervista lameteora

 

Un po’ di biografia. Hai vissuto negli USA, giusto?

Sì, fra gennaio e luglio del 2008. Abitavo a Washington Heights, poco sopra Harlem, in casa con tre coreani, una cinese, una francese e un messicano. Non conoscevo nessuno, mi sono messo a cercare lavoro come cameriere anche se il cameriere non l’avevo mai fatto.
Avevo scelto di partire perchè c’erano stati molti arresti di gente intorno a me. Sentivo che si stava chiudendo un cerchio e presto mi avrebbero tolto la possibilità di espatriare, quindi ho colto la palla al balzo e sono partito.

 

L’esperienza in America ha influenzato la tua musica?

Parecchio, mi ha fatto smettere di farla. Una volta tornato il rap italiano mi sembrava ridicolo. Soprattutto questa scena pseudo gangsta rap che scimmiotta il gangsta americano. Se tu parli di crimine, disagio, mignotte, soldi e droga perché sono cose che ti riguardano o che hai fatto io lo capisco. Ma se vuoi soltanto metterti la collana di finto oro, far vedere la pistola nel video e professare una gangsta life che qui non esiste, stai cercando di imitare un modello sbagliato. Anche perché non offre obiettivi né ha grandi valori.

 

 

Il rap secondo te dovrebbe mandare un messaggio?

Io preferisco che una canzone, dopo averla ascoltata, ti lasci qualcosa. Io parlo di cose negative, ma senza la presunzione di dire «l’ho fatto, fatelo anche voi». E’ più un monito, del tipo «ho fatto questa cazzata, vedi tu quello che puoi fare».

 

Come hai ricominciato a fare rap una volta tornato in Italia?

Un po’ mi ci sono rivisto. Continuando ad andare ai live sentivo di aver voglia di stare sul palco. Poi mi sono immaginato da fuori: anche io stavo prendendo un brutto andazzo, basta ascoltare Cliente su Cliente. Ho iniziato a pensare «Cosa sto facendo? Ho trent’anni, ma che esempio do?». Mia madre si vergognava di quello che raccontavo nelle canzoni. (Ride). Allora ho trovato un compromesso. Ho capito di poter fare rap in italiano restando me stesso, senza parlare di qualcosa che non esisteva più. Anche perché, tornato dall’America, non facevo più quella vita.

 

 

 

Rapper che ti ispirano?

Sinceramente nessuno. Fra gli italiani stimo i Colle der Fomento, Micromala, Kill Mauri, ma l’ispirazione mi viene più dai cantautori italiani o dal punk anni ‘80. A volte questo può sembrare un punto debole ma secondo me è un punto di forza. Mentre molti rapper hanno uno stile lineare io tendo a mischiare immagini e concetti: è più uno stream of consciousness che un racconto di eventi concatenati. Non a caso i miei testi non sono neanche divisi in quartine, è tutto un unico flusso.

E’ giusto dire, secondo te, che le tematiche gangster in Italia si legano più al disagio interiore rispetto all’America, dove sono più legate alla situazione sociale?

E’ il contesto ad essere diverso. Lì anche i più poveri spesso mettono su delle situazioni di criminalità organizzata vera e propria. Poi c’è una povertà ben più tangibile della nostra, e in generale situazioni ben più spinte. Il rap lì è diventato la voce di questo disagio. Qui invece funziona così: ci piace la musica e vogliamo fare come loro. E allora succede, come il Duke, che uno possa pensare di essere più bravo di me a fare rap perché è nato con la canotta e io con la camicia, perché il nonno era criminale mentre mio padre faceva il meccanico. Tiriamo una linea: vuoi fare il criminale o il rapper?

 

Quindi riassumeresti così la questione sul real: non conta il background criminale ma la capacità di inserirsi in questa cultura spontaneamente?

Sì, l’essere sé stessi. Paradossalmente per quanto io non mi rifaccia ai valori della cultura hip hop, non li segua come leggi, mi rendo conto che sono i miei valori innati: ho fatto writing, faccio rap, mi vesto in quel modo, vivo la strada. Già il fatto che tu mi dica «Io sono vero, il vero riconosce il vero» mi sa di farlocco. Lascialo decidere agli altri se sei vero. Siccome buona parte del rap è autocelebrazione se tu fai il gradasso e io ti distruggo perché vedo che sei un cazzaro la cosa non funziona.

 

Parlando di Truceklan. Tu sei stato tra i primi o ti sei inserito dopo?

Il tklan si è cominciato ad ampliare con ITP. Io sono entrato nel 2005/2006, Cliente su cliente solidava la mia entrata nel Truceklan.

 

Secondo te ci sono prospettive per un progetto tutti assieme?

Ultimamente è un periodo difficile, ci sono un po’ di tensioni. Si parlava di un mixtape Truceklan ma sai, ognuno di noi è impegnato in vari progetti solisti che cura contemporaneamente e trovare il tempo è difficile. Non per forza per far uscire un prodotto di gruppo dobbiamo vederci tutti i giorni al muretto, ma dovremmo cercare di far funzionare tutte insieme queste undici teste come si faceva una volta. Ma ultimamente sembra sempre più difficile. Io sono orgoglioso di far parte del klan, perché ha segnato il rap romano e italiano, mi dispiacerebbe se si disgregasse completamente.

 

Perché dovrebbe?

Sai, quando è cominciato a diventare tutto più professionale si sono create problematiche che prima non c’erano. Siamo stati costretti a capire che se volevamo continuare dovevamo farlo seriamente: non erano possibili le fiere di un tempo: uno con l’occhio chiuso sul palco, un altro sdraiato…

 

E la musica ci perde o ci guadagna dalla professionalizzazione?

Secondo me non ci perde. Ci stiamo perdendo noi come persone. La differenza è che prima ci divertivamo mentre ora è un po’ come un lavoro. Non vai alle serate spensierato come una volta perché ci sono soldi di mezzo, ci sono delle promesse, responsabilità e condizioni che prima non c’erano. Era tutto un po’ alla volemose bene.

 

In ogni caso il Truceklan è ancora una voce che si contrappone al mainstream?

Si contrappone al rap commerciale più che al mainstream. Se io potessi andare, per dire, su Mtv ci andrei. L’importante è che il messaggio resti quello. Un compromesso può essere non firmare un contratto ma prendere solo la distribuzione. Il problema è che in Italia sembra che quando qualcosa diventa mainstream debba per forza diventare commerciale. In America è diverso, il pubblico non disprezza il fatto che si arrivi a una major. Qui passa il messaggio che una cosa è cool finchè è underground, finchè è di nicchia. Dovremmo essere contenti se il mio messaggio finalmente arrivasse al grande pubblico, così che anch’esso avesse la possibilità di sentire qualcosa di diverso.

 

 

Sarà che in USA c’è “più pubblico”? E che di conseguenza le case discografiche sono più aperte?

Non so da cosa dipende. Forse perché in America non succede come in Italia, da noi nel momento in cui firmi sei costretto a sottostare a determinate cose: ti obbligano a cambiare dei testi perché scomodi, o i beat perché troppo poco commerciali.

 

C’è anche la morale che non vuole si dicano certe cose. C’è il fatto che molti qui non riescano a distinguere fra «raccontare» e «incitare».

Secondo me è proprio la gente a essere più aperta. Gli USA sono il paese degli eccessi, sono estremisti in qualsiasi cosa. Forse essendo un paese talmente giovane mitizzano tutto, creano la storia dove la storia non c’è. Noi siamo legati a canoni profondamente radicati in noi stessi, mentre loro sono completamente slegati. Ogni novità per loro è bene accetta, mentre qui è immediatamente messa a confronto con il passato. Loro sono delle tabule rase.

 

In tutto questo come si salva il rap?

Si salva perché è diventato il nuovo compromesso per la musica-non-musica, tempo fa non c’era possibilità per un non musicista di fare musica, mentre adesso anche chi non ha studiato può farlo, specie se pensiamo a un beat rap che richiede il minimo. È questa la forza del rap: anche il non musicista, il non cantante ha possibilità finalmente di esprimersi e fare musica. In più c’è Youtube, grazie al quale hai la possibilità di veicolare un messaggio e farlo arrivare ovunque. Prima questi mezzi non c’erano, dovevi passare per i canali ufficiali: radio, case discografiche, Siae. E il rap, messo a confronto con la musica vera e propria, non sarebbe mai passato.

 

Hai in progetto altri lavori?

Sì, il prossimo disco sarà prodotto da Smuggler’s Bazaar. Attualmente siamo in fase di registrazione. Come feat. ci saranno Suarez, NiggaDium, Gionni Gioielli, Kill Mauri, Chicoria, Gast e Carter. Le produzioni sono tutte originali di beatmaker emergenti.

di Dario Silvestri

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