Quello a Charlie Hebdo è il più grave attentato commesso in Francia dal 1961

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La data del 7 gennaio 2015 è senza dubbio destinata a restare in quegli annali che non vorremmo mai dover leggere: gli annali della violenza terroristica, dei fondamentalismi, di tutte quelle pulsioni ideologiche totalitarie che finiscono, sempre ed invariabilmente, per ledere i diritti umani fondamentali.

Nella mattinata di ieri, un commando di tre uomini incappucciati e armati di Kalashnikov ha fatto irruzione nella redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo, uccidendo dodici persone e ferendone altre cinque.
Tra le vittime, il direttore Stephane Charbonnier (Charb) e i fumettisti Jean Cabut (Cabu), Bernard Verlhac (“Tignous”) e Georges Wolinski.

Si è trattato del più grave attentato commesso in Francia dal 1961, ai tempi della guerra di Algeria, quando l’esplosione di un ordigno su un treno diretto a Parigi provocò la morte di 28 persone.

Sin dai primi momenti, come d’altronde dichiarato anche dal presidente François Hollande recatosi immediatamente sul luogo della strage, non vi è stato alcun dubbio sulla matrice dell’attentato, di chiara natura terroristica e legato al fondamentalismo islamico: diversi attentati erano stati sventati nelle scorse settimane, e appena quindici minuti prima della strage sul profilo Twitter del settimanale era stata pubblicata una vignetta satirica su Abu Bakr al-Baghdadi, leader dello Stato islamico.

“Allah è grande”, avrebbero gridato i terroristi, e ancora “Vendicheremo il Profeta”.
E solo con amarezza si può leggere ormai una vignetta pubblicata proprio nell’ultimo numero, nella quale con il titolo “Ancora nessun attentato in Francia” campeggia l’illustrazione di un terrorista islamico che dice: «Aspettate! Abbiamo tempo fino alla fine di gennaio per fare gli auguri».

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Fondato nel 1969, il settimanale Charlie Hebdo si era sempre contraddistinto per la sua satira anticonformista e irriverente diretta alle religioni, ma anche alle istituzioni politiche e culturali. Assurto agli onori delle cronache internazionali dal 2006, a seguito della pubblicazione di alcune vignette su Maometto, costate gravi minacce alla redazione ed al direttore Charbonnier, che da anni viveva sotto protezione.

Nel 2011 la sede fu bersaglio di un attacco incendiario, nel quale fortunatamente non vi furono vittime né feriti. In quell’occasione il casus belli fu rappresentato dalla pubblicazione di un numero speciale, Sharia Hebdo, nel quale veniva satiricamente nominato direttore lo stesso Maometto, successivamente all’elezione degli islamisti in Tunisia.

Sharia Hebdo

Il presidente Hollande, ricordando i talentuosi vignettisti vittime della strage, ha assicurato che il loro messaggio di libertà sarà difeso a loro nome, ed ha affermato che la libertà sarà sempre più forte della barbarie.

Tanti sono stati gli articoli ed i servizi televisivi, e tantissimi i messaggi di cordoglio per questa autentica carneficina destinata a lasciare un segno indelebile nella memoria di tutti.

Perché la strage di ieri non è stata soltanto un atroce episodio di violenza terroristica, ma anche un emblema della violenza intrinseca di tutti quei fondamentalismi che rifuggono le critiche, escludono il dialogo e rifiutano ogni forma di contraddittorio, ossia le basi stesse di tutti gli ordinamenti democratici.

In questo senso, la tredicesima vittima della strage non può che essere la libertà di espressione.

Meno encomiabile, purtroppo, il fatto che alcuni organi di informazione di matrice più o meno velatamente xenofoba abbiano colto la palla al balzo per strumentalizzare la vicenda allo scopo di portare avanti le proprie battaglie contro l’immigrazione.

Se è vero, infatti, che questo attentato induce a riflettere sulle difficoltà dell’integrazione che si verificano in particolar modo nell’incontro con quelle culture nelle quali, ad oggi, il seme della laicità non è ancora stato in grado di attecchire e dare i propri frutti, è anche innegabile che la matrice di ogni forma di intolleranza, si tratti della xenofobia o del fondamentalismo islamico, è la medesima: il costante tentativo di contrapporre, artificiosamente, un “noi” ad un “loro” da distruggere, senza pietà e senza sensi di colpa.

Così, nel libro nero dei fondamentalismi, di natura politica e religiosa, finisce per collocarsi ogni forma di intolleranza, di apodittica chiusura, di legittimazione alla violazione dei diritti e della dignità dell’individuo.

E allora, in memoria dello spirito dissacrante che negli anni ha ispirato Charlie Hebdo, la risposta più adatta ad ogni forma di intolleranza e fondamentalismo è forse contenuta in queste vecchie parole di François Cavanna, uno dei fondatori del settimanale.
Parole datate, ma oggi quanto mai attuali, come inno irriverente alla libertà di espressione:

Voi, oh, tutti voi:
non rompeteci i coglioni!
Fate i vostri salamelecchi nella vostra capanna, chiudete bene la porta e soprattutto non corrompete i nostri ragazzi.
Non rompeteci i coglioni!

di Alessandra Pilloni

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