Di seguito la testimonianza di una lavoratrice, che preferisce rimanere anonima, originaria del sud Italia che ha lavorato in una grande impresa in Piemonte, prima della scelta di chiusura da parte dei vertici. Il racconto reale e senza fronzoli di come l’azienda ha affrontato l’epidemia da covid-19, e della costante paura dei colleghi di finire contagiati dal virus.

Era gennaio quando ero a mensa con i miei colleghi di lavoro, e al tg in onda sentii parlare per la prima volta di uno strano virus che si stava diffondendo nella città cinese di Wuhan. Sembrava così lontano; ci illudevamo che potesse rimanere confinato in Cina e che non dovesse riguardare il nostro paese. E invece nell’arco di nemmeno due mesi è stata dichiarata la pandemia. Io lavoro nell’ambito ambientale in un’azienda situata in Piemonte. Ogni giorno assistevamo alle sconvolgenti notizie di questo virus che continuava a diffondersi velocemente e la mensa aziendale costituiva un punto di ritrovo per scambiarci opinioni e paure su ciò che stava avvenendo. Quando nel mese di febbraio fu segnalato un importante focolaio anche in Italia, nella regione Lombardia, la paura cominciò a crescere e insieme alla mia quella di tutti i lavoratori all’interno dell’azienda. Si discuteva con timore sulla probabilità che questo virus in pochi giorni avrebbe raggiunto il Piemonte, perché regione confinante. Un mio collega controllava ogni ora di ogni giorno le notizie e ci informava costantemente sul numero dei contagiati e sul numero dei decessi. Ci allarmavano i numeri sempre crescenti dei contagi, soprattutto perché nell’ambito lavorativo eravamo sempre in contatto con gli altri. All’improvviso ci siamo ritrovati catapultati in un mondo che non era più il nostro. La vicinanza diventava un pericolo comune e lo stare lontani invece un bene.

 

Una delle mascherine date in donazione dall’azienda ai dipendenti

 

Arrivarono pertanto le prime regole, i dieci comportamenti da seguire, per contrastare la diffusione del coronavirus, che furono affisse ovunque. Nella prima settimana di marzo, finalmente, la mensa adottò delle misure preventive: gel igienizzante per le mani all’entrata, segnaletica a terra per mantenere la distanza di un metro, posate di plastica monouso imbustate, piatti di plastica, disposizione dei tavoli in modo da avere massimo due persone per tavolo ed utilizzo da parte del personale della mensa di guanti e mascherine.

Nonostante tutte le misure, continuavo a pensare che proprio la mensa, che costituiva un punto di ritrovo, era il luogo più pericoloso dove poter contrarre il coronavirus. Lo stare tutti insieme diventava quindi fonte di grande preoccupazione.

Per quanto riguarda gli uffici invece non fu prevista né effettuata alcuna procedura di sanificazione. Fu posto un gel igienizzante per le mani sia nei bagni degli uomini che in quello delle donne. Ma, terminato nel bagno delle donne, non fu più rimpiazzato.

La sera del 7 marzo, i telegiornali annunciarono una probabile chiusura di alcune provincie del Piemonte, per dichiararle zone rosse, e che sarebbe stata attuata l’indomani. In quella notte molti lavoratori originari del sud partirono, quasi in fuga, per ritornare dalle loro famiglie. Alcuni di noi restarono. Devo ammettere che l’idea di ritornare a casa sfiorò anche me.

Nei giorni successivi si continuò a lavorare ma a causa della mancanza di parecchi lavoratori si poteva fare ben poco. Molti di noi speravano in una chiusura temporanea dell’azienda sia perché i contagi continuavano a salire e sia perché i lavori erano praticamente fermi. Sono stati giorni un po’ pesanti, perché non si riceveva nessuna comunicazione in merito. Si continuava a lavorare e basta. Io e i miei colleghi rimasti abbiamo vissuto questi giorni con grande disagio. Intanto il pensiero che potesse succedere qualcosa ai propri cari e trovarsi a più di mille chilometri di distanza era straziante. Cosa avremmo fatto se qualche caro fosse stato contagiato e ricoverato? E magari si fosse aggravato? No lo avremmo più potuto rivedere. Saremmo stati costretti ad assistere impotenti alla loro morte solitaria.

Gli ultimi giorni di marzo l’azienda decise di chiudere. La notizia della chiusura e della sospensione dei lavori arrivò come un sollievo e così la possibilità di raggiungere i miei familiari e il mio paese al sud. Fortunatamente non si verificò alcun contagio presso il posto di lavoro fino al giorno del rientro.

Iniziò così il viaggio di discesa verso il sud in macchina. Due persone per macchina, uno alla guida e uno dietro, come previsto, per evitare il contagio. Mi è rimasto impresso il percorrere delle autostrade libere, silenziose e quasi completamente deserte che dava la sensazione da un lato di tristezza e dall’altro di pace e tranquillità con la possibilità di ammirare meglio il paesaggio. Ogni tanto si vedeva qualche bilico o quattro assi per trasporto merci.

 



Lungo l’autostrada incontrammo un posto di blocco della polizia. Facevano deviare tutte le macchine presso un’area di sosta, le quali venivano sottoposte al controllo una per una. Venuto il nostro turno, oltre alle mascherine, indossammo i guanti e ci avvicinammo. Ci chiesero i documenti, il modulo di autocertificazione e ci rivolsero molte domande. Da quale regione provenivamo, perché ci eravamo messi in viaggio, i dati dell’azienda presso la quale lavoravamo, ecc. Risposto alle domande con un po’ d’ansia e con la sensazione di doversi giustificare per aver commesso qualcosa di sbagliato, fecero una copia delle nostre autocertificazioni e sia noi che loro le firmammo. Rilasciataci la nostra copia, ci fecero proseguire il viaggio.

Il mio compagno di viaggio mi lasciò all’uscita dell’autostrada dove mi raggiunse un mio familiare. Il mio collega poi proseguì verso la sua residenza. Durante il tragitto verso casa ovviamente avevo indosso guanti e mascherina.

Arrivata a casa, sono stata costretta all’isolamento per 14 giorni, come previsto dalle disposizioni regionali, nell’appartamento adiacente a quello dei miei familiari in modo da non avere alcun contatto con loro per precauzione.

In questo periodo di isolamento, al contrario di tanti altri che si sono lamentati perché annoiati e perché non vedevano l’ora di uscire, io invece ho trovato il modo di impiegare questo tempo a mia disposizione, organizzando le giornate e svolgendo varie attività. Mi sono rilassata, ho letto dei libri, guardato dei documentari, disegnato, fatto esercizio fisico, videochiamate con gli amici e altre piccole cose che nella quotidianità, mentre lavoravo, non sono mai riuscita a fare, dato che il lavoro assorbiva generalmente gran parte del mio tempo.

Finito il periodo di isolamento potrò stare nell’appartamento dei miei genitori per continuare l’isolamento con loro.

Purtroppo le notizie ascoltate e viste in TV sono sempre allarmanti e preoccupanti. Ci troviamo di fronte a un nemico comune da combattere e la necessità di isolare e nello stesso tempo unire le persone per far fronte a questo, invogliandole con gli slogan “Io resto a casa” e “Insieme ce la faremo”, sperando che questo tragico periodo finisca in fretta.

 

 

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