Cronache da un paese diverso – L’importanza di essere italiano

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Premessa: odio qualsiasi tipo d’ideologia identitaria, non mi piacciono il nazionalismo e il patriottismo. Capisco il fascino del senso di appartenenza, ma mi sono sempre chiesto che senso abbia dire cose come “sono orgoglioso di essere italiano”, per il semplice fatto che ho sempre considerato degno di orgoglio solo ciò che si è ottenuto grazie a un proprio sforzo materiale o spirituale e, fino a prova contraria, la nazionalità non è qualcosa che si conquista, ma qualcosa che ti capita tra le mani. Tanto per intenderci, a questo punto tanto vale dire “sono orgoglioso di chiamarmi Davide” o “sono orgoglioso di avere gli occhi verdi”.

Detto ciò, ci sono situazioni in cui ti rendi conto che essere italiano ti dà oggettivamente una marcia in più. L’altro giorno vengo invitato con poco preavviso a una cena “internazionale” nell’appartamento di un mio amico londinese. In tutto cinque persone: un ragazzo saudita, una ragazza italiana, una ragazza cinese, il mio amico inglese e il sottoscritto. L’idea era che tutti si cucinasse qualcosa, possibilmente qualcosa di “tipico” nel proprio paese.

Essendo arrivato a Londra da due giorni contanti e non avendo ancora fatto la spesa, mi sono trovato nella condizione di cucinare senza ingredienti. A questi problemi di per sé marginali, si aggiunge il fatto, ben più preoccupante, che sono una discreta sega in cucina. Volendo comunque dare il mio contributo, decido all’ultimo di cucinare l’unica cosa che mi viene bene, benché non esattamente “tipica”: una fottuta torta salata. Risolvo il problema della dispensa vuota sfruttando quelle dei coinquilini, che mi permettono pietosamente di attingervi (non mi stupirei di trovare la mia foto su un sito inglese in stile “Il Coinquilino di Merda”, visto che sono arrivato da poche ore e già avanzo pretese sul cibo altrui). Il risultato è stato una torta mezza cruda, a base di sole zucchine passate prima in padella con olio ma senza soffritto (in casa non c’era traccia di cipolle o aglio).

L’intenzione iniziale era di metterci pure dei cubetti di pancetta, ma la presenza fra i commensali di un musulmano praticante me l’ha impedito. Insomma, una tristezza infinita. M’incammino verso l’appartamento del mio amico pensando a quali scuse, spiegazioni e paraculate premettere all’assaggio della torta, così da calmierarne le clamorose pecche. Poco dopo l’ingresso ci sediamo a tavola. Come prima cosa mangiamo il frico, un piatto tipico friulano cucinato dalla ragazza italiana. Già dall’aroma di formaggio fuso che questo frico emanava, era evidente che sarebbe stato una prelibatezza.

Mastico lentamente, godendomi il sapore del frico e soprattutto cercando di rimandare il più possibile l’assaggio della mia torta scandalosa. Poi mi decido: via il dente, via il dolore. Prendo la mia torta, la taglio così che tutti ne possano prendere un pezzo, mi siedo, aspettando il gelo imbarazzato che sarebbe sicuramente calato una volta che tutti avessero addentato la loro fetta.

E qui accade l’inaspettato. Abdul, il ragazzo saudita, mi fa grandi complimenti e fa il bis. Mengke, la ragazza cinese, fa un gesto di approvazione, divora la sua fetta, ne prende subito un’altra e si affretta a procurarsene una terza, dopodiché mi chiede, indicandomi il forno – “Per farla hai usato quello?” Alla mia risposta affermativa, i suoi occhi si riempiono di ammirazione, per poi tornare a concentrarsi sulla torta salata. Simile reazione da Eric, il padrone di casa. L’unica che sembrava aver capito quanto il mio piatto facesse effettivamente schifo era l’italiana, che osservava la sua fetta mezza mangiucchiata con perplessità.

Il sollievo dovuto all’inaspettato successo del mio piatto non è durato poi tanto, una volta realizzato che, di lì a poco, avrei degustato le pietanze cucinate da palati così poco raffinati da apprezzare la mia torta cruda e insipida. Arriva infatti il turno della cinese e del suo riso. Ora, immaginate del riso bollito, raggrumato come se fosse risotto, ma privo di burro, formaggio e sale, nonché freddo. Dopo il fantastico grumo grigio e insapore di Mengke, Abdul (il cui nome completo, ho appreso poi da Facebook, è Abdul Abdullah, il che mi fa morire dal ridere, è come se io mi chiamassi Davide Davidé), ci presenta con orgoglio il suo piatto. Si trattava della mulukhiyyah, che a googlarla sembra pure buona. Immaginate dei pezzi di pollo bolliti in acqua e serviti in acqua calda piena di prezzemolo, niente sale, né spezie, né niente.

Spero che il povero Abdul si sia trovato in difficoltà con il reperimento degli ingredienti come lo sono stato io, perché se quel piatto viene mangiato in Arabia Saudita così come l’ho mangiato io qui a Londra, non capisco come mai non si siano ancora verificate ribellioni e sommosse popolari contro la cucina nazionale, in stile Primavera Araba. La morale di questa storia è che non importa quanto siate impediti in cucina o quanto poco esigenti siano i vostri gusti culinari: se siete nati e cresciuti in Italia, rischiate di passare per raffinati chef anche solo per il fatto di sapere utilizzare un forno che non sia a microonde.

Davide C

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