Perché il degrado di Roma dovrebbe diventare patrimonio dell’UNESCO

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Secondo l’intellettuale novecentesco Giovanni Papini la guerra avrebbe reso le città migliori. Lo affermò nell’ottobre del 1914 su Lacerba, all’alba della Prima guerra mondiale. Scrisse che avrebbe fatto piazza pulita delle vecchie case, delle vecchie cose. E che tutti quei villaggi sudici che i soldatacci avrebbero incendiato, sarebbero stati ricostruiti più belli, moderni e igienici. Sbagliò prima e sbagliò anche dopo. Si pentì di tutto. Ritiratosi in convento, incaricò la povera figlioletta di reperire e distruggere tutte le copie del suo dissacrante saggio anticristiano Le memorie d’ Iddio. Se solo si fosse alcolizzato non sarebbe finito in queste condizioni. E’ decisamente meglio la cirrosi epatica che farsi prete (e anche di essere fascisti). Ma su una cosa ci prese. Che la guerra avrebbe risparmiato – salvo rare eccezioni – le cose peggiori. Ovvero i luoghi di culto di ogni genere. Le chiese, dove si idolatra un omuncolo sanguinante inchiodato a delle assi di legno. Le scuole, dove creatività e arte vengono schiacciate da vecchi libri noiosi e dalle solite giaculatorie di letterati sbavanti. E, infine, i musei, nei quali il rudere stesso diventa culto. Dove il vecchio è dittatura, tanto che per ogni scolaro che non sia un disadattato o che non finga, la cosa più bella di un museo è la porta di uscita. “Dopo il passo dei barbari nasce un’arte nuova fra le rovine e ogni guerra di sterminio mette capo a una moda diversa. Ci sarà sempre da fare per tutti se la voglia di creare verrà, come sempre, eccitata e ringagliardita dalla distruzione”. Lo scrisse Papini nel testo Amiamo la guerra. Aveva ragione. Abbiamo bisogno di una guerra. Ma di una guerra culturale. Intuì questo senza avere la sfortuna di essere nato nella Capitale, continuamente invasa da turisti e pellegrini. Questi non sanno che Roma è stata forgiata per lo più dalla cultura dei coltelli, che da quella dei filosofi. Dalla violenza più che dalla parola. Basterebbe chiedere al Tevere, la storia di Romolo e Remo. Roma fa sentire che è viva soltanto quando si legge dell’ennesima rapina col taglierino in qualche farmacia. Invece, il visitare dei turisti è un’assimilazione vuota. Grafica. Dopo avere eiaculato flash attraverso fotocamere da 400 euro, sono soddisfatti come se fossero fatti di oppiacei. Un vuoto colmato solo dall’economia. Da quanto spendono in qualche ristorante-trappola dove lo chef è un pakistano senza contratto, che gli cucina qualche piatto di spaghetti squagliati. Anche i ruderi avrebbero vergogna, se potessero parlare, di essere sporcati di quei selfie pregni di ignoranza.

Godenzio (nome di fantasia) è cinese ed ha una trentina d’anni. Non parla italiano e pronuncia qualche parola in mandarino. Bivacca cercando qualcuno che gli offra una sigaretta. Beve solo birra Peroni. Dorme rannicchiato su dei cartoni sotto ai portici di Piazza Vittorio, gli archi della Roma Umbertina voluti dal re Vittorio Emanuele II nel quartiere Esquilino. Non ha bisogno di una casa, perché casa sua è la città. Quella Roma che conosce meglio di tanti romani, perché la vive 24h.

 

cinese esquilino piazza vittorio roma

Godenzio dorme sotto ai portici di Piazza Vittorio Emanuele II

 

 

Godenzio si riscalda accendendo il fuoco sotto ai portici di Piazza Vittorio

Godenzio si riscalda accendendo il fuoco sotto ai portici di Piazza Vittorio

 

Dall’altra parte ci sono i proprietari di super attici da 200mq, italiani dalla nascita, che votano Partito democratico e che hanno fatto della lotta al degrado il loro cavallo di battaglia. Escono dai loro appartamenti in ascensore e c’è un taxi che li aspetta davanti al portone di casa. Passeranno la serata in qualche locale stile liberty lontano dal loro quartiere, succhiando un costoso (e scrauso) cocktail vodka-lemon da una cannuccia, per non avere nemmeno la fatica di alzare il gomito. Parleranno dell’ultima puntata su Netflix e se ne andranno lasciandolo il bicchiere a metà, con i soldi sul tavolo e 4 euro di mancia. In sostanza rappresentano la Roma peggiore, quella residenziale. Queste persone sono estranee alla città quanto tutti quei turisti colmi di un visitare superficiale. Con la differenza che questi ultimi sono meno pericolosi, perché prima o poi andranno via.

Nessuno sa che a via Giolitti c’è una magnifica opera d’arte, a cielo aperto. Non parlo di pietre affastellate li, appartenenti a qualche epoca remota. Ma di una scenografica collezione di bottiglie di alcolici, lattine e plastiche adagiate ad un muro di vernice scorticata. Alcune non le vendono nemmeno più nei supermercati, i prodotti si evolvono assieme al loro design. E’ bello guardare un’opera spontanea fatta da persone qualunque in modo così disinvolto. L’unica colpa del comune è quella di non averla protetta in una teca di plexiglas, ma forse anche la pioggia che ogni tanto la bagna fa un gesto artistico.

 

 

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L’opera d’arte a cielo aperto di via Giolitti a Piazza Vittorio

 

 

 

 

 

 

 

FD

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