I dieci dischi che hanno fatto la storia della New Wave

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Si è usi di parlare di new wave – con un chiaro riferimento alla Nouvelle vague cinematografica – a proposito di tutta la produzione rock indipendente nel periodo 1977-1984: questi limiti temporali sono applicabili (seppur con qualche significativa eccezione) unicamente alla scena britannica e americana.

Nelle “periferie dell’impero” invece non è raro imbattersi in dischi pubblicati in anni immediatamente successivi al suddetto intervallo cronologico (un esempio su tutti Nowa Aleksandria dei polacchi Siekiera del 1986).

Non è casuale che l’ ”anno zero” della new wave sia considerato il 1977.font

La new wave nasce con il punk. In un primo momento, i due termini vengono tranquillamente scambiati, ma poi si mette ordine alla questione: le new wave bands sono quelle che dal punk traggono la lezione dell’anti-tecnicismo, del rifiuto dei fronzoli pretenziosi (caratteristiche, invece, peculiari dei barocchi prog ed hard rock, i cui gruppi avevano egemonizzato il panorama musicale di buona parte degli anni 70).

Inoltre le bands new wave condividono con il punk l’attitudine alla freschezza compositiva. Non per nulla, il più fertile filone new wave prende il nome di post-punk. Ma sono anche quelle che, al tempo stesso, allargano a dismisura i propri orizzonti musicali, ricorrendo ampiamente agli strumenti elettronici e sperimentando senza alcun limite.

 

 

Le new wave bands come fonte di ispirazione prediligono il disagio esistenziale e mentale – si pensi alla demenza pre-senile dei Devo e degli Skiantos, alle depressioni del dark, all’isteria post-punk dei P.I.L. e Birthday Party, e all’alienazione della civiltà industriale dei Cabaret Voltaire e di Gary Numan.

Insomma, il punk-rock rimarrà sempre confinato nell’attualizzazione del rock’n’roll più aggressivo ed elementare, un genere “reazionario”, si potrebbe dire. Figlio degenere di Chuck Berry e dei gruppi garage dei mid-60’s (oltre che degli Stooges, ovviamente). Privo, però, di quelle pulsioni innovatrici che sono invece caratteristica fondante dell’universo “progressista” new wave.

Universo, si è detto, e non semplicemente genere, perché le band che appartengono alla new wave operano ben presto scelte musicali che le allontanano sempre di più le une dalle altre, fino al paradosso di ritrovare sotto la stessa etichetta i Throbbing Gristle e i Depeche Mode.

Data la mia ventennale passione revivalista per i suoni della nuova onda, mi sono divertito a selezionare i dieci album che ritengo di maggior pregio (vuoi per affinità musicale con i miei gusti, vuoi per l’influenza che ritengo abbiano esercitato sul rock delle stagioni successive) nell’ambito della scena più costituzionalmente folle, avanguardista, nichilista della storia della pop music: la new wave.

 

1) SUICIDE – SUICIDE (Red Star 1977)

Duo voce-synth, il primo di una lunga serie, nella storia della new wave elettronica, formato dal carismatico cantante Alan Vega e da Martin Rev. Nascono a New York City già nei primi anni 70, maturando quasi subito un sound futuristico di grande impatto, la cui sezione ritmica fragorosa, ossessiva e minimale fino allo scheletrico è uno dei primi esempi di industrial-music. Un impasto sonoro unico, che rende le canzoni dei Suicide immediatamente riconoscibili fin dai primi secondi. L’esordio su LP arriva nel 1977 ed è il capolavoro della band: Martin Rev produce “cicaleggianti” fondali da fabbrica, sovrapponendogli grottesche melodie rockabilly. Mentre Alan Vega, tra i suoi tipici urletti degni di un Elvis epilettico, narra storie di un’America sull’orlo del baratro, come quella dell’operaio Frankie Teardrop. Il quale, ridotto alla miseria e con un ordine di sfratto sulle spalle, decide di far fuori sua moglie, il figlioletto di sei mesi e se stesso. A distanza di 35 anni dalla sua uscita, l’album omonimo dei Suicide resta una delle più agghiaccianti possibili esperienze in musica. I lavori successivi non raggiungeranno mai questi livelli, anche se val la pena di segnalare un loro disco del 2002, “American Supreme”, tra le migliori cose mai uscite dalla reunion di una band.

 

 

 

2) VV.AA. – NO NEW YORK (Antilles 1978)

Magistralmente prodotto da Brian Eno, è il manifesto della “no wave”, filone tra i più sperimentali ed iconoclastici dell’intera new wave. Le quattro bands che partecipano alla compilation, ovvero Contortions, Teenage Jesus & the Jerks, Mars e DNA, tutte newyorkesi e legate agli ambienti dell’avanguardia post-wharoliana della Grande Mela (proprio come i Suicide), pongono in questo disco le basi per quel sound che da qui a qualche anno, con i concittadini Sonic Youth, prenderà il nome di “noise”. Tutte, però, riescono nell’intento con straordinario genio e personalità (memorabile, in primo luogo, il funky-jazz amfetaminico dei Contortions), grazie anche alla presenza, nelle loro file, di musicisti dall’eccezionale tecnica quali James Chance, Lydia Lunch, Arto Lindsay ed Ikue Mori. Una raccolta indimenticabile, eppure soltanto di rado recuperata da pubblico e critica. Una tappa fondamentale nella storia rock sperimentale di New York, dopo i fasti dei Velvet e di Richard Hell e prima dei Sonic Youth e degli Helmet, sempre nel segno della dissonanza.

 

 

 

3) DEVO – Q: ARE WE NOT MEN? A: WE ARE DEVO! (Warner Bros 1978)

Album d’esordio per il folle quintetto di Akron (Ohio), già attivo dall’inizio del decennio. Anche qui superba produzione di Eno e grandissimo rock sperimentale. Il contesto, tuttavia, rispetto a No New York, è ben differente: i Devo sono autori del techno-rock (filone antesignano del synth-pop, nel quale, al fianco degli strumenti elettronici, sono ancora presenti i tradizionali chitarra-basso-batteria) più schizoide che si possa concepire, in virtù di una sezione ritmica ossessiva e ripetitiva fino alla metronomia, ma stravolta improvvisamente da assurdi e spiazzanti controtempi, in virtù di sintetizzatori impazziti, deliranti, che rendono il sound ancora più robotico, artificiale, e del tono tragicomico caratterizzante il cantato di Mark Mothersbaugh. Numerosi i brani davvero “classici” presenti in questo disco, a partire dalla celeberrima cover de-umanizzata di Satisfaction degli Stones, passando per gli inni delle loro teorie de-evolutive (l’umanità costretta a regredire di fronte al trionfo della tecnologia e del falso benessere) delle tracce Mongoloid e Jocko Homo. Per finire la conclusiva, splendida, Shrivel up.

Fantastici Devo, atti al recupero del rock primordiale così come al suo totale stravolgimento, passatismo e futurismo, sempre nel nome del paradosso!

 

 

 

4) WIRE – 154 (Harvest 1979)

Dopo il punk bizzarro e imprevedibile di Pink Flag (1977) e la svolta new wave-pop (ma non troppo) di Chairs missing (1978) i Wire, con il loro terzo album – unanimemente considerato il capolavoro della band londinese – fanno il loro ingresso nel “regno delle tenebre”. Non si pensi, tuttavia, che 154 sia il solito disco dark (e comunque sarebbe stato uno dei primi). Troppo geniale la verve creativa di Colin Newman e soci perché il gruppo si possa arenare nelle secche del cliché e del già sentito, troppo spiccato il sense of humour e l’apertura nei confronti di innumerevoli influenze per confinarli in un filone come quello della gothic-wave. Quest’ultima, negli anni a seguire, tenderà assai spesso a cadere nel patetico. In ogni caso, l’atmosfera che pervade buona parte di 154 degli Wire è pronunciatamene cupa e claustrofobia, con variazioni ariose e inattese, spesso gradevolmente melodiche (si pensi alla sublime A mutual friend). Consistente anche la componente elettronica, evidente soprattutto in On returning.

Un disco fondamentale, una band ancora attiva e capace, nel 2003, di pubblicare un album splendido e tutt’altro che obsoleto come Send e altri tre lavori tra il 2008 e il 2013.

 

 

 

5) SIOUXSIE & THE BANSHEES – JOIN HANDS (Polydor 1979)

Citazione assolutamente d’obbligo per la più celebre e talentuosa “dark lady” dell’intera new wave, Siouxsie Sioux, e per la sua band, che aveva esordito già l’anno precedente con The Scream, il primo 33 giri in assoluto dell’epopea dark. Tra i lavori pubblicati dalla formazione londinese tra il ’78 ed l’84, tutti assolutamente fondamentali. Join Hands è un album di transizione tra il gothic-punk acerbo ma sublime. Tuttavia la mia preferenza è caduta su questo disco, in virtù di una manciata di brani disperati eppure dolcissimi, tra i quali spiccano i 14 minuti di The Lord’s prayer, che non è esagerato definire la The End del post-punk. Un’odissea di dissonanze che raggiunge livelli d’intensità mai più raggiunti, a metà strada tra i Velvet Underground di White light/White heat e il più lisergico gothic-punk, sulle cui note si innestano gli struggenti latrati di una bestia ferita: la migliore Siouxsie di sempre.

 

 

 

6) PUBLIC IMAGE LTD. – THE METAL BOX (Virgin 1979)

Seconda fatica per i PIL, gruppo formato a Londra nel 1978 da John Lydon (ovvero Johnny Rotten, celeberrima voce dei Sex Pistols), dal bassista Jah Wobble e dal chitarrista Keith Levene. Straordinario capolavoro, a cominciare dalle caratteristiche fisiche: il disco, come il titolo suggerisce, era contenuto in una scatola metallica (ma purtroppo solo nella prima tiratura). Il sound dei PIL, notevolmente evolutosi rispetto al pur ottimo album d’esordio First Issue (1978), è lo straordinario incontro tra un post-punk malsano (agghiacciante il cantato di Lydon, le cui performance “sbracate” del periodo Pistols evolvono qui nella pura isteria) ed il dub, presente soprattutto nelle profonde ed inimitabili linee di basso di Jah Wobble, con ritmiche decisamente orientate in senso dance-sperimentale che a tratti anticipano sorprendentemente quella che sarà la house music (si pensi a Memories e alle strumentali Socialist e Graveyard). Un album che rappresenta, per questa band, il culmine creativo. Il pur interessantissimo lavoro seguente, il lugubre Flowers of Romance (1981), a causa della defezione di Wobble, confermerà solo in parte il valore dei PIL. Il gruppo, poi, scadrà via via verso soluzioni sempre più melodiche e meno originali.

 

 

 

7) JOY DIVISION – UNKNOWN PLEASURES (Factory 1979)

Non è semplice per me parlare dei Joy Division, verso cui nutro un’ammirazione quasi sacrale, né è facile scegliere un disco tra i due in studio pubblicati dalla band di Manchester, prima che il cantante Ian Curtis ne interrompesse l’attività togliendosi la vita nel 1980. Ho infine optato per Unknown pleasures, migliore nella sua globalità rispetto al seguente album Closer (1980). L’album è estremamente omogeneo, grazie all’eccezionale lavoro di Martin Hannet (il produttore di casa Factory, il cui tocco è il marchio di fabbrica di tutte le band sotto l’egida della label mancuniana, New Order in testa), che dona a tutti gli episodi un tono sommesso e li rende, se possibile, ancora più mesti e struggenti. E’ ancora presente, eredità del passato punk dei Joy Division, qualche spigolosità, qualche elemento grezzo, che verrà definitivamente smussato l’anno dopo, ma il cupo svolgersi di Unknown Pleasures è sempre accompagnato da una straordinaria eleganza. E le perle si susseguono, una dopo l’altra: Disorder, Day of the Lords, Candidate, Insight, New dawn fades, She’s lost control, Shadowplay… serve aggiungere altro?

 

 

 

8) THE FALL – SLATES (Rough Trade 1981)

Se per le altre band è stato arduo scegliere un solo disco, lo è stato ancor di più per i mancuniani Fall. I quali, ancora attivi e mai scioltisi, hanno pubblicato, nella loro lunga carriera, tra album in studio, live, raccolte ed EP, ben 89 lavori. Tuttavia, a mio avviso, la loro opera più degna di nota è questo mini LP stampato dalla gloriosa Rough Trade, un’altra storica etichetta di Manchester, che segna il passaggio tra l’irruente e dissonante post-punk degli esordi e le sonorità via via più meditate del prosieguo. Dunque, il tipico sound al vetriolo della band dell’istrionico Mark E. Smith (un personaggio secondo a nessuno in quanto a vis polemica: si vadano a leggere le sue interviste) si arricchisce di preziosi elementi melodici senza tuttavia perdere la carica ferocemente beffarda e la riluttanza ai cliché musicali. Tra tutti i brani, spiccano per la marcia minacciosa Prole Art Threat, l’invettiva anti-psicanalitica di An older lover, etc. e le stupende, imprevedibili, Middle Mass e Fit & working again.

 

 

 

9) THE CURE – PORNOGRAPHY (Fiction 1982)

Immancabile in questa top ten la presenza della più celebre e longeva formazione new wave e del disco che rappresenta il culmine dell’esperienza gothic-wave e dark in generale, ovvero Pornography. Quarto capitolo dell’avventura discografica dei Cure. Chi ha ascoltato soltanto gli ultimi lavori della band originaria del Sussex, che dalla metà degli anni 90 a questa parte va alternando mediocri produzioni in studio a strepitose performance dal vivo, credo resterebbe a dir poco attonito nel realizzare quanto estremo potesse essere il sound dei Cure nell’82. Questo album è un concentrato di angoscia indescrivibile, ritmicamente ossessivo fino alla nausea, raccapricciante nella crudezza con cui il dolore è messo in scena. Un blocco nero venato del rosso della passione e della disperata dolcezza espressa dalla chitarra e dalla voce di Robert Smith, gli unici elementi melodici che riescono ad affiorare dal mare di pece in cui è immerso Pornography. Un’esperienza talmente intensa da avere in sé il gusto della morte Nulla, infatti, sarà più lo stesso dopo questo disco. Il gruppo, in seguito a vari avvicendamenti nella formazione, andrà alla ricerca di nuove sonorità e raggiungerà un successo commerciale enorme, senza tuttavia, almeno fino al ’92, difettare in estro e originalità. Un’onesta evoluzione che, comunque, non impedisce a noi, vecchi fans, di rimpiangere i tempi della sublime triade dark: 17 seconds (1980), Faith (1981) e, appunto, Pornography.

 

 

 

10) SOFT CELL – THIS LAST NIGHT IN SODOM (Mercury 1984)

Dopo il planetario successo dell’album di esordio Non-stop Erotic Cabaret (1981), contenente Tainted love, uno dei più grandi successi radiofonici di sempre, e The art of falling apart (1982) pretenzioso ma di fatto anonimo, il duo britannico Soft Cell maestro dell’ambiguità e portabandiera del techno-pop (o synth-pop che dir si voglia), con il suo terzo lavoro This last night in sodom realizza appieno le proprie potenzialità. In effetti siamo piuttosto distanti dalle geniali ma un po’ frivole canzoncine elettroniche che caratterizzavano il primo album, e che avevano fatto conoscere Marc Almond e Dave Ball a tutto il mondo: qui il sound è molto più articolato, al fianco del sintetizzatore di Ball ci sono adesso anche strumenti realmente suonati e, se pure una certa malinconia aveva sempre caratterizzato le produzioni precedenti, non c’è dubbio che in quest’album sia presente una tensione drammatica ben più consistente, che emerge soprattutto nell’ispaneggiante L’esqualita, in Surrender e nel capolavoro di mestizia autodistruttiva Where was your heart. Tanti altri sono, poi, gli umori che compongono il disco, dalle perversioni tribali di Slave to this (sorta di orgia in musica), passando per la dolce ed eterea Little Rough Rhinestones, fino a giungere alla splendida hit elettronica Soul Inside. Insomma, proprio mentre il techno-pop di gruppi come Depeche Mode, Human League ed OMD prende d’assalto le classifiche di tutto il mondo, i Soft Cell che per primi in quella scena avevano conquistato il grande pubblico spiazzano tutti sacrificando il successo in nome della qualità. This last nigh in Sodom non riscuoterà grandi consensi al di fuori di certa critica. Dopo quest’album la band si scioglie.

 

 

 

Al Golagnìa

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