Giovanni Cappelli, nato in Romagna nel 1923, è stato tra i più fedeli, disincantati e contemporaneamente allucinati interpreti della realtà italiana in via di trasformazione, tra gli anni ’50 e ’60. Nei suoi grigi, nei suoi tagli di colori e acromie spigolose, si specchia la vera anima del progresso che divora il Paese: le distese di terra fertile stuprate dall’acciaio e i paesi vuoti. Rispecchia un mondo sterile che non può che rigenerare sé stesso in forme sempre più mostruose, è il rovesciamento del positivismo, è il decadimento della realtà di fronte all’Uomo.

Di formazione classica, studente all’Accademia di Brera e vicino al gruppo del realismo esistenziale (di cui fece parte anche Bacon), Cappelli segue un percorso artistico vario. Progressivamente, si allontana dal figurativo, scavando nelle curve e negli angoli di un impressionismo assurdamente realista e post-moderno, ma permeato sempre da un’ atmosfera che ne caratterizza la totalità dell’opera. Un’ atmosfera di freddo e di abbandono che non lascia riposare le sue figure umane, in bilico, in spazi vuoti, su angoli ostili e pungenti. Non sembrano riposare nemmeno le figure morte, che rappresentano la terza faccia della medaglia della vita: fiori abbandonati e marcescenti, fogli di giornali strappati, polvere, ombre. Elementi ripetitivi, ma capaci di trasformarsi, di non diventare semplice lavoro di bottega, e di essere sempre stimolanti.

Di Cappelli, dell’uomo che si nasconde dietro questi grigi, si conosce poco. La sua, una vita in sordina che non ebbe le luci e le ombre di Bacon, di Sartre, di Camus, i padri putativi intellettuali e rappresentativi dell’intera corrente. Una vita al servizio della rappresentazione di una realtà apparentemente senza senso, lasciata al caso. Dove l’uomo si dibatte nell’oscurità e dove la luce si staglia in spicchi taglienti, ferisce e spaventa come una lama. Uno studio che non si piegò né alle logiche di mercato né al passare del tempo. Ma solo alla necessità dell’uomo, che di fronte al sorriso dell’ “Italia che lavora”, dell’Occidente vittorioso, ne rimarca il profondo isolamento, con una genuinità artistica che mancò presto ad altri, ben più famosi, ben più prezzolati.

«La campagna dei miei ultimi quadri non è più la campagna del lavoro, bucolica e drammatica. Il mio è un ritorno al deserto, agli sterpi secchi. Non è più terra fertile, ma è terra secca, dissanguata … ».

L'Antikulturale

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L’ANTIKULTURALE è un ingranaggio alimentato dalle contraddizioni della società contemporanea. Con un format svincolato dai canoni dell’informazione tradizionale vogliamo raccontare attraverso l’attualità e l’arte un mondo diverso dove le convezioni sociali vengono rovesciate.

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