Perchè gli abusi delle forze dell’ordine sono un problema serio

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L’Italia è una Repubblica fondata sul mistero. Un concerto di forze occulte dotate di leggi speciali, che negli ultimi cinquant’anni hanno tramato contro le voci impegnate a chiedere dal basso il riconoscimento di diritti fondamentali.

Il risultato è stato una micidiale licenza di uccidere che, dal secondo dopoguerra fino ai nostri giorni, ha spezzato le vite di donne e uomini, spesso giovanissimi.

Una licenza di uccidere, frutto anche delle tante “emergenze”, di una continua “ri-difinizione” di “nemico pubblico”.

In Italia la legislazione d’emergenza (stato di eccezione), che prevede momenti di interruzione dell’osservanza delle leggi che tutelano i diritti individuali da parte delle istituzioni è stata l’apripista di un processo di involuzione autoritaria.

Un processo che interdendo definitivamente la società reale dal luogo delle decisioni ha finito per esternalizzare il ruolo dei poteri forti fissandolo nel tecnicismo della governabilità.

Dall’approvazione della legge reale nel 1975 c’è stato un continuo varo di provvedimenti che ledono i diritti e di fatto danno immunità alle forze dell’ordine che compiono violenze, soprusi e molte volte omicidi.

Ogni conflitto viene interpretato come emergenza, estendendo e perfezionando il controllo sociale, con una repressione sempre maggiore attribuendo sempre più potere alle forze dell’ordine.

Basti pensare all’approvazione dei pacchetti sicurezza (curioso acronimo, “PS”…): un mix micidiale di norme razziste e xenofobe con all’interno provvedimenti intesi a colpire le lotte e il conflitto sociale.

La risposta che i governi danno alla crisi economica e sociale è la dichiarazione di guerra al più povero. Se aiuti un migrante clandestino, ad esempio, rischi di finire in galera, a differenza di chi istiga all’odio razziale e diventa ministro della repubblica.

Se ti opponi per reclamare diritti, reddito e casa c’è il rischio di essere brutalmente picchiato, torturato e arrestato.

Chi invece ha prodotto la violenza, ha calpestato i più elementari diritti (come è accaduto a Genova durante il G8 nel luglio 2001) viene assolto, promosso e premiato come un “eroe” dello Stato.

Non è un caso che la strategia di emergenza sulla sicurezza si concentra sugli aspetti più mediatizzati del malessere sociale.

In questo contesto avvengono anche le tante violenze da parte delle forze di polizia contro i migranti, giovani con look alternativi, ultras e tossicodipendenti.

Quante volte abbiamo sentito dire ad esempio che Stefano Cucchi o Federico Aldrovandi in fondo erano due drogati? Che Davide Bifolco andava sul motorino senza casco e assicurazione insieme a dei “pregiudicati”, oppure che Giuseppe Uva era un ubriacone o Carlo Giuliani un punkbestia noglobal?

Dove sono oggi le culture critiche, gli intellettuali? Perché in pochi si indignano contro queste barbarie che quotidianamente si compiono nel nostro “democratico” paese?

E’ mai possibile che le voci che si elevano in merito a queste situazioni siano così esigue?

Oggi le carceri italiane sono delle proprie discariche sociali in cui mille detenuti si sono suicidati nell’ultimo decennio, ma l’unica voce che scalda gli animi di tanti sembra quella che vuole più Stato. Quella di chi chiede più trasparenza, merito, legalità, manette e polizia. Uno Stato che serve a difesa della propria debolezza sociale, prima che politica.

Legalità e giustizia contro fragilità sociale, declassamento e precarietà.

Non stupisce allora che la “cultura della legalità” tanto acclamata e bandiera dell’antiberlusconismo si traduce nell’invocare la necessità della tutela dell’ordine pubblico attraverso l’intensificazione della repressione di tipo penale e amministrativo.

Tale operazione sottintende una concezione autoritaria volta a privilegiare la dimensione della “sicurezza” rispetto a quello dell’intervento sociale.

La “cultura della legalità” ha conseguito risultati meno che mediocri nella lotta al crimine organizzato, alla mafia, alla camorra.

In cambio ha avuto effetti devastanti sia sulle scelte politiche dei governi, sia sull’involuzione della mentalità del paese, o meglio sull’affermarsi di un’opinione pubblica essenzialmente repressiva e regressiva.

In Italia l’equazione immigrati uguale criminali è diventato uno slogan agitato sia da destra che da larghi settori dell’opinione pubblica, sia cosiddetta democratica e progressista che dell’antipolitica.

Non è un caso se Beppe Grillo può tranquillamente eccitare il suo popolo sbraitando contro gli immigrati che invadono i sacri confini della patria.

Come risulta, anche da recenti ricerche, il panico in questione è il frutto del corto circuito creato ad inizio degli anni 90, tra l’agitazione di comitati di cittadini sorti sulle ceneri dei partiti tradizionali e le strumentalizzazioni dei partiti anti-immigrazione come la Lega e An e il sensazionalismo dei media.

Sarebbe bastato consultare qualche libro di Bauman per riflettere sul fatto che gli immigrati, al di la del loro reale coinvolgimento nella microcriminalità, diventano il parafulmine di una insicurezza e precarietà diffusa, in gran parte prodotta dallo smantellamento dello stato sociale.

Inoltre, dal G8 di Genova del luglio 2001 a oggi, sono numerosi i casi in cui la magistratura ha cercato di trasformare le lotte politiche e sociali in azioni puramente di ordine pubblico e delinquenziali.

Si parla di quelle circa 18mila persone tutt’oggi sotto processo, legate ai movimenti e alla forma di espressione politica del luglio del 2001:

contrapposizione alle politiche liberiste, lotte sociali riguardanti il tema della precarietà (e con esso il diritto alla casa, ai servizi, al reddito), le lotte in difesa del proprio territorio (la repressione quotidiana che vive il movimento No Tav ne è la testimonianza), e le lotte dei migranti.

La dimensione del fenomeno e la qualità delle imputazioni mosse, indica la volontà di taluni apparati dello Stato e della stessa magistratura di procedere ad una vera e propria criminalizzazione di istanze che dovrebbero trovare ben altre sedi e modalità di risposta.

Credo che sia necessaria e non più rimandabile una campagna politica affinché ci sia un provvedimento generale che dia il segnale di un riconoscimento politico alle lotte di questi anni, che porti necessariamente alla depenalizzazione di una serie di reati, spesso ereditati dal vecchio Codice Rocco, che sanzionano stili di vita, comportamenti sociali diffusi o persino le libere opinioni.

E’ necessaria una campagna per il riconoscimento della legittimità di alcune forme di lotta, entrate nella prassi dei movimenti e dei comitati territoriali, e per l’introduzione nel codice penale del reato di tortura e il codice identificativo per gli agenti di pubblica sicurezza in servizio durante pubbliche manifestazioni.

di Italo Di Sabato – coordinatore Osservatorio sulla repressione

www.osservatoriorepressione.info

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