29 Febbraio 2020

L’Indonesia: una distesa di isole lussureggianti la cui storia è ignota ai più, così come le centinaia di culture che son sbocciate nei secoli in quelle aree risparmiate dalla florida giungla che sembra pronta da un momento all’altro a fagocitare le opere erette dall’uomo.

Una nazione nata dalla spinta della rivolta, e tenuta insieme dalla flebile correlazione di diversi popoli, diverse terre, ognuna isolata e allo stesso tempo ancorata alle altre da un drappo rosso e bianco.

Tale paese, in cui credere in Dio è praticamente un dovere civile, è uno degli ultimi in cui ci si aspetterebbe di trovare anche un solo appassionato di musica metal.

Invece, con estrema sorpresa, ci si trova dinnanzi ad una florida scena in costante espansione, in cui si può anche notare una bizzarra preferenza per branche più “estreme” quali death, black e grind metal.

Il cuore di questo movimento è l’isola di Java, da sempre punto focale dell’arcipelago, grazie alle sue affascinanti tradizioni, che hanno radici nell’induismo, e alla ricchezza che in tempi coloniali la fece diventare il diamante della corona olandese.

La scena metal indonesiana nasce verso la seconda metà degli anni 90, e si sviluppa principalmente sull’asse Jakarta – Bandung, supportata anche dal rilascio quasi annuale della raccolta musicale Metalik Klinik, interrottasi nel 2007 alla sua nona edizione.

la rivista Metal Klinik
la rivista indonesiana Metal Klinik

 

Tale raccolta è un potpourri del meglio che l’ambiente underground indonesiano può offrire, dal death metal indemoniato dei Tengkorak al metalcore né carne né pesce dei Banana Split.

 

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La caratteristica principale del metal made in Indonesia è un taglio grezzo, accompagnato spesso da melodie che richiamano le antiche nenie delle isole, come ad esempio i durmo, cantilene usate nei rituali magici a Java.

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Mentre alcuni aspetti melodici sono chiaramente degli omaggi alla scuola scandinava, i temi sono il più delle volte collegati agli aspetti più oscuri della cultura indonesiana, quali i jin, demoni maestri dell’inganno e la sempre temuta kuntilanak, lo spirito vendicativo di una donna morta gravida.

Proprio quest’ultimo, sfortunato, spettro figura spesso nei temi trattati dai musicisti, omaggiandoli a volte della sua presenza sul palco.

 

black metal indonesia

 

 

Navigando per diverse leghe a nord, attraccheremmo al porto di Bangkok, capitale della Thailandia, ma soprattutto capitale di un mondo notturno fatto di luci rumori ed eccessi.

Questo vortice fa da ingresso all’unica nazione del sud-est asiatico che non fu mai colonizzata dagli europei, restando così il regno più prospero tra i suoi vicini.

Anche se la musica più in voga nel paese è il pop, sia locale che importato dall’estremo oriente, il metal si ritaglia un seguito piuttosto ampio, tanto che la band thrash teutonica Sodom scelse proprio la capitale siamese come luogo per esibirsi in uno dei loro concerti più famosi.

Rispetto ai loro colleghi indonesiani, le band black metal thailandesi sembrano preferire temi classici del genere, quali l’opposizione, seria o faceta che sia, al cristianesimo.

Alfieri del genere nella terra dei templi dorati sono i Surrender of Divinity, attivi dal 1996 e con un curriculum di tutto rispetto, che conta diversi split album e due full length.

 

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Altre band interessanti sotto diversi aspetti sono i Gortia, che mischiano black e thrash, rullando sulla batteria a ritmi selvaggi senza però sacrificare i vocal ruvidi e dark tanto cari ai blackster, quasi contrapponendosi ai vocal cantilenati e alle sonorità più oscure e solenni dei Dei Tetra.

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Meritevoli di menzione sono anche i Lotus of Darkness, che propongono un black metal con influenze folk.

 

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Anche se la scena black thailandese offre band di questo calibro, è giusto ricordare come siano in generale quelle thrash e death a prevalere, potendo vantare all’attivo molti più gruppi, tra cui Nuclear Warfare e Mascara per il primo, Savage Deity e i selvaggi (a dispetto del nome) Macaroni.

foto di gruppo dei Nuclear Warfare
foto di gruppo dei Nuclear Warfare

 

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di Andrea Vescovo

laRedazione

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