Sono stata al nuovo Macro Asilo e non ho visto l’arte

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ROMA. Arrivo venti minuti prima dell’orario di apertura dei cancelli per la festa di inaugurazione del nuovo Macro Asilo. La gente che aspetta non è molta e quando è il momento lo staff ci lascia entrare senza difficoltà. Avevo visto nei giorni precedenti un po’ di cartelloni pubblicitari che promettevano che questo museo comunale di arte contemporanea sarebbe stato rivoluzionato. In realtà ci avevo messo un po’ a capire che si trattasse della pubblicità del Macro e non quella di qualche multinazionale tipo l’Ikea (tre sedie su sfondo bianco non potrebbero suggerire altrimenti).

 

 

pubblicità MACRO roma arte

La pubblicità del MACRO

 

 

Gli ambienti del nuovo Macro Asilo mi appaiono subito scarni. Poche opere esposte sulle pareti e senza didascalie. I padiglioni sono per la maggior parte vuoti, all’interno dei quali ricavati degli spazi con dentro accatastati diversi materiali da lavoro. Non capivo se si trattasse di qualche sarcastica installazione artistica: più tardi apprendo che quegli spazi verranno utilizzati per dare “asilo” a diversi artisti, anche stranieri. Colpisce subito una gestionalità povera, incentrata più sulle performance che sulle opere d’arte. Una posizione che potrebbe essere interessante, se non fosse che quasi tutte mi hanno trasmesso uno sgradevole senso di velleità. A partire da alcuni signori travestiti da monumenti architettonici, con scettri e ogni sorta di gadgets in dosso. Sembravano essere lì per caso, o al massimo per pubblicizzare qualche bus per turisti della stazione Termini.

 

 

Macro Asilo performance

 

 

DOZZINE DI CARTONI

Un uomo steso a terra è sommerso da una decina di scatole e rimane immobile per ore sotto di esse. Su un foglio ai suoi piedi è scritto “il direttore è stanco, non vuole vedere nessuno”. Più avanti una scrivania con un computer e un muro di scatoloni alto tre metri. Sembra di stare proprio al magazzino dell’Ikea. Alcuni dello staff di Francesco Di Giovanni (l’artista siciliano che ha ideato questa installazione) chiedono agli spettatori di indossare un casco, un giubbino catarifrangente e farsi fare una fotografia mentre sorreggono uno scatolone. Serviranno per creare un pannello di fotografie da regalare al direttore, dicono. Un signore sussurra alla compagna che solo chi non ha mai lavorato può considerare artistico farsi fotografare mentre finge di farlo. Mi avvicino e chiedo all’artista il significato di queste installazioni. Risponde che hanno diversi significati. Si è voluto rappresentare il trasferimento dell’ufficio del direttore del Macro, Giorgio De Finis. Il muro di scatoloni dovrebbe rappresentare le difficoltà dei migranti. Io gli dico che l’opera mi fa pensare al tema della sicurezza sul lavoro. Mi dice che rappresenta anche quello, ma non mi sembra molto convinto.

 

 

Macro Asilo the management relocation

La performance “the management relocation”

 

 

Macro Asilo the management relocation

 

 

UN CONCERTOIDE COI PALLONCINI

La performance più interessante (o meglio l’unica che possa veramente dirsi tale) è stata quella del concerto acustico per palloncini. Un ambiente scenografico composto da numerosi palloni colorati gonfiati appesi a delle corde ha attratto numerosi bambini colle loro famiglie. Aspettavano di compiacersi con qualche stupidaggine confezionata a favor di spettatore ma sono rimasti delusi. Un “concertoide”, così definito dall’artista che lo ha messo in scena (Alex Mendizabal) prodotto dal suono di numerosi palloncini che si sgonfiano all’interno di diversi tipi di fischietti. Un fischio monotono e assordante ha pervaso repentinamente tutto il museo. Il tempo di capire che di una carnevalata non si trattava, e si è innescato il fuggi fuggi dalla location della performance di coloro a cui l’arte non interessa. Tutt’altro che ciarpame, m’è apparsa per lo più come una trappola studiata per smuovere le coscienze di chi ha ancora la testa sotto alla sabbia. A volte un po’ di sano e disagiante rumore può far meglio di mille opere d’arte. Una performance dal marcato carattere modernista che mi ha ricordato l’intonarumori del grande Luigi Russolo. Geniale. L’artista sgridava i bambini che volevano toccare i palloncini. E anche questo è stato interessante, perché ormai anche sgridare i bambini è diventato un gesto rivoluzionario, da veri bohème. L’arte può anche essere un gioco, senza dubbio, ma non dev’esserlo necessariamente. Questa performance è stata veramente l’unico buon motivo per avere partecipato a questa inaugurazione.

 

 

Concertoide Alex Mendizabal Macro Roma

Il concerto acustico per palloncini di Alex Mendizabal

 

 

Concertoide Alex Mendizabal Macro Roma

 

 

 

 

 

UNA MACRO PASSARELLA

Intanto sono passate due ore e il museo comincia a riempirsi. Di persone qualunque ma anche di qualche volto noto. Ne ho visto qualcuno e non ho saputo riconoscerlo perché di attori e vip non me ne intendo. Ma li sgamo subito per come si atteggiano quando si sistemano i capelli alla Nicola Porro. Cominciano a giungere individualità vestite di abiti improbabili manco fossimo a Milano durante la fashion week. Ma non solo pseudo artisti altolocati e poser, c’era anche il mitico Fulvio Abbate, il ragionevole hater della Ferragni.

Antonella è una pittrice e ha frequentato spesso il museo in passato. “Per me questa è una occasione per incontrare conoscenti che non vedo da un po’. Oggi il Macro è diventato un punto di ritrovo, un luogo per sfilare, per apparire. Quando ha aperto per la prima volta, oltre dieci anni fa, era tutta un’altra cosa.”, afferma.

 

 

IL PISTOLINO

Nel padiglione adiacente all’entrata principale del Macro mi fanno notare che è presente un’opera di un artista importante e blasonato. Mi dicono che si chiama Pistoletto (non so chi sia) e che la sua opera fa parte di un non meglio precisato “terzo paradiso”. Si tratta di alcuni tavoli bianchi con sopra delle strisce di specchi che, a detta dell’artista, dovrebbero rappresentare la “convivialitá” (anche se risulta piuttosto difficile che alcuni tavoli senza sedie possano favorirla). Non vorrei che l’artista si offenda, ma (e tornando ancora una volta alla multinazionale del mobile) sembravano usciti direttamente dall’ultimo catalogo dell’Ikea. Questa opera ha catturato così poco la mia attenzione che non la ho fotografata neanche per sbaglio. Mi dispiace, ma non ho neanche una foto da mostrarvi. Non disperate, vi giuro che non vi perdete nulla. Qualcuno può considerare blasfeme le mie parole, ma almeno all’Ikea vendono anche gli hot dog a due euro e cinquanta.

 

F.

 

 

 

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2 Commenti

  1. Laura Grazia Miceli
    ottobre 3, 2018 in 11:30 am - Reply

    Cocker Macchie, decisa: secondo me per attirare l’attenzione ( quando non si sa in quale altro modo agire) , a mio avviso, è affermare che non si conosce l’estensore dell’articolo. Il resto, inclusa la deformazione sciatta del nome, non merita definizione. Meglio non esiste termine atto a.

    • L'Antikulturale
      L'Antikulturale
      ottobre 3, 2018 in 8:15 pm - Reply

      E se te lo dico che fai? Mi vieni a menare come Marinetti & co. han fatto col Soffici nel 1911? Dai, che la tua attenzione l’avrebbe attirata comunque, perché il pezzo racconta semplicemente la verità